
Da qualche mese ci siamo abituati alle pagine del “Diario di cella” di Gianni Alemanno, che da Rebibbia rimprovera alla politica la scarsa attenzione sulla disumana condizione delle carceri. L’ex sindaco di Roma, ex deputato, ex ministro dell’Agricoltura che, per i pochi che ancora non lo sapessero, sta scontando una condanna a un anno e dieci mesi da quando, lo scorso 31 dicembre (cattiveria), è stato fermato e portato in carcere per ordine del tribunale di Sorveglianza di Roma. Dopo la condanna aveva ottenuto di iniziare un percorso presso i servizi sociali e stava lavorando nelle strutture di “So.Spe. Solidarietà e Speranza”, un’associazione di Roma che si occupa di ragazze madri, bambini, adolescenti e persone vittime di violenze o in condizione di disagio. Secondo il tribunale di Sorveglianza si sarebbe dimostrato «del tutto sprezzante rispetto all’esecuzione della condanna in misura alternativa» e avrebbe violato tale misura «palesando evidente irresponsabilità» avendo prodotto documenti falsi per partecipare agli impegni politici del suo nuovo partito seguendo una «condotta arrogante, sprezzante, espressione di una personalità callida, pervicace e priva di scrupoli».
Poveri noi, che siamo ridotti a dover citare le denunce di Alemanno per parlare delle condizioni disumane delle carceri. L’ex sindaco di Roma, bontà sua, ci ricorda che il reparto G8 in cui è recluso “è il Parioli di Rebibbia”. Il G8 rappresenta, infatti, il salotto buono in cui, prima di Alemanno, hanno alloggiato Dell’Utri, Verdini e Cuffaro, solo per citarne alcuni. È l’eccellenza, tant’è che segna il percorso delle visite guidate per le autorità in visita al carcere. Qualcuno se ne va compiaciuto elogiando le tante opportunità offerte alle persone recluse dopo aver abbracciato l’amico di turno. Pochi chiedono di visitare i reparti più complessi dell’universo sconosciuto di Rebibbia, ad eccezione dei soliti irriducibili, come Rita Bernardini, in sciopero della fame da oltre due settimane per richiamare l'attenzione sulla strage dei diritti che si consuma nelle prigioni italiane.
Gli altri, le centinaia di detenuti ignoti, si trovano ai reparti che non vengono mai menzionati, forse per una sorta di pudore. Come il G6, dove vivono come animali in gabbia gli “incollocabili”, persone malate che in carcere non ci dovrebbero stare. Oppure, più banalmente, vivono al G12, il reparto oggetto della sentenza “Sulejmanovic contro Italia” che nel 2009, per la prima volta, ha visto il nostro Paese condannato per trattamenti inumani e degradanti dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. Da allora non è cambiato nulla: le celle hanno sempre le stesse dimensioni e sono abitate ancora da sei persone in uno spazio che la CEDU ha ritenuto essere equivalente a tortura.
Gianni Alemanno si ricorderà, appena tornerà a casa e dopo aver acceso il condizionatore, che i suoi sostenitori sono gli stessi che vorrebbero “buttare le chiavi”, invocando la “certezza della pena”? Sicuramente avrà promesso ai suoi compagni di cella, in cambio di un buon caffè, o saltando il turno di pulizia, di impegnarsi per la situazione delle carceri. La galera non è un hotel a cinque stelle, ci ricordano gli stessi sostenitori di Alemanno che plaudono agli alligatori di Trump intorno ad Alcatraz.