Il carcere vissuto dall'interno: la Convict Criminology e il potere dell'istruzione

06 Oct 2026 Fabrizio Pomes

Andreas Aresti e Sacha Darke sono studiosi internazionali di criminologia carceraria e docenti presso l'Università di Westminster a Londra. Il Dott. Aresti concentra la sua ricerca sui percorsi di uscita dal crimine, sull'istruzione in carcere e sulle esperienze degli ex detenuti. Tra i pionieri della Convict Criminology (Criminologia dei Detenuti) nel Regno Unito, ha contribuito a ridefinire il dibattito accademico ponendo l'esperienza vissuta al centro della conoscenza scientifica. Il Dott. Darke, professore associato, spazia nelle sue ricerche dai sistemi carcerari globali a quelli latinoamericani. Insieme hanno sviluppato collaborazioni innovative tra istituti penitenziari e università, diventate un punto di riferimento internazionale per l'istruzione partecipativa. Con loro parliamo di criminologia, carcere e  istruzione .

Quale è il vostro percorso accademico e cosa vi ha spinto a studiare il sistema carcerario e la criminologia?
Andreas Aresti: Il mio percorso accademico è iniziato verso la fine dei miei vent'anni, proprio nel periodo del mio ultimo arresto, a cui è seguita la detenzione. Fino ad allora lavoravo come carpentiere edile. Ho iniziato a studiare e, proprio durante gli studi, sono finito in prigione. Una volta scontata la pena, ho proseguito gli studi universitari in psicologia fino a conseguire un Master in Neuropsicologia Cognitiva. Il mio obiettivo era diventare psicologo clinico ma, a causa dei miei precedenti penali, la professione mi era preclusa. È così che sono approdato, quasi per caso, al mondo della criminologia e allo studio del sistema carcerario.
La sua esperienza personale è diventata parte integrante della sua identità accademica. In che modo il vissuto della detenzione ha influenzato la sua comprensione del crimine, della pena e della riabilitazione?
Andreas Aresti: Credo che il mio vissuto mi abbia offerto una prospettiva preziosa. Anziché approcciarmi a questi temi esclusivamente tramite la teoria o la ricerca, li ho sperimentati sulla mia pelle. Questo mi permette di cogliere a fondo la complessità dei fattori sociali, economici e personali che spingono verso la criminalità, le ricadute negative della punizione e le barriere che si incontrano quando si tenta di cambiare vita.
La mia esperienza ha ridefinito anche il mio concetto di pena e dei suoi limiti. Se le politiche di giustizia penale puntano spesso solo su deterrenza e controllo, io ho visto come siano le opportunità concrete, le relazioni di supporto e l'accesso all'istruzione superiore a fare la vera differenza nel promuovere un cambiamento positivo. Nel mio lavoro accademico questo si traduce nel mettere in discussione i dogmi, nel dare voce a chi ha vissuto il carcere in prima persona e nel colmare il divario tra accademia e realtà sul campo. Il mio lavoro si radica profondamente nella Convict Criminology: il confine tra la mia storia personale e la mia identità accademica è inevitabilmente sfumato.
Dottor Darke, la sua ricerca l'ha portata dal Regno Unito all'America Latina. In che modo il confronto tra contesti così diversi ha plasmato la sua visione?
Sacha Darke: Mi ha insegnato l'importance della solidarietà e dell'autorganizzazione tra i detenuti. Si tratta di dinamiche molto più frequenti in America Latina rispetto al Regno Unito, e sono proprio queste a rendere le carceri latinoamericane, paradossalmente, più vivibili.
Cos'è esattamente la Convict Criminology (Criminologia dei Detenuti) e in che modo si differenzia dagli approcci tradizionali?
Andreas Aresti: È una prospettiva, una rete e un movimento interno alla criminologia che unisce accademici tradizionali e studiosi che hanno un'esperienza diretta di detenzione o criminalizzazione. Molti dei nostri membri hanno vissuto la reclusione in prima persona; altri hanno alle spalle anni di ricerca etnografica nelle carceri. La Convict Criminology sfida gli approcci tradizionali: sostiene che chi ha vissuto il sistema di giustizia penale dall'interno possieda un patrimonio di conoscenze prezioso, spesso ignorato dalla ricerca convenzionale.
La differenza fondamentale sta nel considerare l'esperienza vissuta come una forma di competenza legittima e autorevole. La criminologia tradizionale ha spesso trattato i detenuti ed ex detenuti come semplici oggetti di ricerca; la Convict Criminology vuole che siano soggetti attivi, produttori di conoscenza e ricercatori, muovendo una critica severa al sistema di giustizia penale.
Alcuni critici sostengono che il coinvolgimento personale possa compromettere l'obiettività accademica. Come risponde a questa obiezione? Ritiene che chi ha vissuto il carcere possieda un sapere unico?
Andreas Aresti: Rispondo, innanzitutto, che la "pura oggettività" non esiste nelle scienze sociali o umane, e nemmeno nelle scienze naturali. Qualsiasi ricerca porta con sé una componente di soggettività. Persino nella ricerca quantitativa si riconosce che la purezza assoluta sia irraggiungibile: la scienza produce conoscenza attraverso l'intersoggettività, ovvero uno spazio in cui gli studiosi negoziano e condividono significati e risultati.
Sì, credo che chi ha vissuto il carcere possieda un sapere unico, e oggi questa forma di conoscenza inizia a essere riconosciuta in diversi ambiti accademici e giudiziari. Tuttavia, dobbiamo evitare di romanticizzare l'esperienza vissuta. Il sapere esperienziale offre intuizioni preziose, ma non è intrinsecamente insindacabile. Come ogni forma di conoscenza, è parziale, situata e modellata da storie individuali. Dobbiamo restare vigili sui limiti del vissuto personale e, soprattutto, diffidare di chi pretende di parlarne a nome di tutti.
Il Regno Unito è oggi uno dei centri principali della Convict Criminology. Quali fattori hanno favorito questo sviluppo?
Andreas Aresti: In sintesi: duro lavoro, determinazione e motivazione. È stato un percorso lungo. L'idea è nata nel 2011, ma dovevamo capire se ci fosse una reale risposta nel Regno Unito. Un'idea resta un esercizio astratto se manca l'interesse e il coinvolgimento diretto delle persone che intende rappresentare, in particolare degli studenti di criminologia con un passato di detenzione. Fortunatamente la risposta c'è stata e la loro partecipazione è stata, e rimane, la chiave per far radicare il movimento. Senza questa base numerica e umana non ce l'avremmo fatta. La nostra esperienza nel tentativo di estendere la rete nel resto d'Europa lo dimostra: nel continente lo sviluppo è generalmente più lento e frammentato, proprio per la difficoltà di fare rete.
I vostri programmi di partenariato tra carceri e università hanno attirato l'attenzione internazionale. Quali sono i risultati più significativi che avete osservato?
Andreas Aresti: I risultati sono molti, ma l'impatto più profondo riguarda gli "studenti interni" (i detenuti). Vedere persone che abbiamo conosciuto in cella proseguire gli studi con noi all'università — uscendo durante il giorno grazie a permessi studio o continuando a frequentare i corsi una volta tornate in libertà — è una soddisfazione immensa. Il mio stesso percorso ne è la prova: l'istruzione superiore ha cambiato radicalmente la mia vita in meglio.
Per quanto riguarda gli "studenti esterni" (gli universitari tradizionali), è straordinario vedere come cambi la loro percezione del carcere e delle persone recluse dopo aver studiato fianco a fianco con loro. Sviluppano una consapevolezza profonda della realtà e della complessità della vita carceraria. Infine, la nostra università ha accolto con grande favore questi progetti poiché queste iniziative incarnano i valori cardine dell'ateneo: uguaglianza, diversità e inclusione.
Dottor Darke, di recente ha visitato l'Italia e alcuni istituti penitenziari. Quali sono state le sue prime impressioni e che differenze ha riscontrato rispetto al sistema inglese?
Sacha Darke: La mia prima visita in un carcere italiano risale al 2018, all'istituto di Milano Opera, insieme a un'associazione che organizzava incontri di calcio tra i detenuti e i loro figli. Ciò che mi colpì maggiormente quel giorno fu l'atteggiamento profondamente negativo e l'insofferenza del personale di custodia presente: non ritenevano giusto che i detenuti potessero giocare o mangiare una pizza con i propri figli. Una guardia commentò che in passato il carcere funzionava meglio, riferendosi esplicitamente a prima dell'introduzione del "regime aperto".
Rispetto al modello inglese, la prima differenza è proprio il regime aperto italiano. In Inghilterra si esce dalla cella per più di un'ora o due al giorno solo se si lavora o si studia, ma queste attività non sono garantite a tutti. La seconda differenza riguarda l'architettura. Negli istituti che ho visitato oltre a Opera — Bollate, Padova e Bologna — i corridoi sono molto più ampi e meno claustrofobici rispetto agli standard inglesi. Va detto, però, che non ho potuto visitare i blocchi delle celle e mi risulta che le carceri giudiziarie italiane soffrano tuttora di un grave sovraffollamento. Favorevole è anche il sistema della remunerazione del lavoro interno, che sotto certi aspetti ricorda quello del Brasile. Sulla carta è un modello eccellente, anche se nella pratica si nota una fortissima disparità da un istituto all'altro.
Quali sono, invece, le criticità del sistema italiano che meriterebbero maggiore attenzione?
Sacha Darke: A Bologna, così come a Bollate, ho avuto l'impressione che le opportunità migliori come il lavoro e lo studio non fossero accessibili a tutta la popolazione carceraria, ma riservate ai detenuti considerati "meno problematici" dall'amministrazione. La seconda criticità riguarda la condizione dei detenuti anziani. Durante la mia seconda visita a Opera ho parlato con persone recluse dagli anni '70, prive di qualsiasi reale prospettiva di rilascio. La Costituzione italiana stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione; rispetto al modello inglese ho notato un maggior numero di persone con accesso a lavoro e istruzione, ma il raggiungimento di questo ideale appare ancora troppo subordinato al profilo del detenuto e all'istituto in cui si è ristretti.
La Convict Criminology è ancora quasi sconosciuta in Italia. Che consiglio darebbe ai ricercatori italiani? Quanto è importante che gli ex detenuti diventino ricercatori?
Sacha Darke: Dopo aver visitato il polo universitario di Bollate mi sono chiesto come mai questo approccio non fosse già radicato. Mi rendo conto, tuttavia, che in Italia i posti di ricerca in questo settore sono pochissimi. Il mio consiglio ai ricercatori italiani è: portate gli studenti dentro le carceri, fate ricerca e pubblicate insieme ai detenuti che studiano scienze sociali. Considerate la criminologia carceraria come una forma di ricerca-azione militante, che assume il punto di vista del detenuto come punto di partenza, senza però creare nuove gerarchie di conoscenza.
Quanto alla seconda domanda: quanto sarebbe autentico il femminismo se i ricercatori fossero solo uomini e le donne solo l'oggetto della ricerca? Allo stesso modo, quanto può essere autentica una criminologia prodotta esclusivamente da chi non ha mai sperimentato la privazione della libertà?
Negli ultimi anni molti sistemi penitenziari hanno investito sulla sicurezza. Come si può bilanciare questa tendenza e quali saranno le sfide future?
Sacha Darke: Bisogna bilanciare la sicurezza rendendo pubblica la sofferenza fisica e psicologica causata dall'ozio forzato e dall'assenza di attività risocializzanti. Inoltre, occorre lavorare in sinergia non solo con i detenuti, ma anche con le direzioni e il personale penitenziario. Anche da posizioni abolizioniste occorre saper essere pragmatici nel breve periodo.
Andreas Aresti: Per il Regno Unito la crescita è costante. La vera sfida globale è l'internazionalizzazione della Convict Criminology al di fuori del mondo anglosassone. L'altra grande sfida, purtroppo storica, è l'accesso agli istituti per condurre ricerche-azione partecipative: ottenere le autorizzazioni sta diventando sempre più difficile, in particolare per chi si muove nell'orizzonte della criminologia critica. Personalmente vorrei approfondire la transizione dello studente dal carcere all'università; le nostre linee di indagine sono spesso dettate dagli stessi membri del gruppo che studiano nel nostro ateneo dopo la detenzione.
Ritiene che la Convict Criminology possa incidere sulle decisioni politiche? Se potesse cambiare un solo aspetto dei sistemi carcerari, quale sarebbe?
Andreas Aresti: Credo fermamente nella possibilità di influenzare le politiche pubbliche. Il Ministero della Giustizia inglese guarda con attenzione ai nostri progetti. Insieme ad altri colleghi abbiamo svolto un ruolo decisivo nel far revocare una restrizione che impediva agli studenti esterni di entrare in carcere per i progetti di istruzione superiore, introdotta dopo i tragici fatti della Fishmongers' Hall nel 2019.
Se potessi cambiare un solo aspetto, direi una drastica riduzione della popolazione carceraria. Meno detenuti permetterebbero una gestione decisamente migliore delle risorse a disposizione delle strutture e di chi vi resta recluso, trasformando l'istruzione superiore in un pilastro fondamentale.
Un'ultima domanda sull'abolizionismo. Cosa pensa del movimento No Prison e delle tesi di superamento del carcere?
Sacha Darke: La Convict Criminology non è un movimento intrinsecamente abolizionista. Sulla scia di Sebastian Scheerer e altri teorici dell'abolizione del carcere, ritengo che le prigioni vadano superate nella loro attuale concezione di luoghi di mera punizione, passività e privazione di dignità. Al contempo, riconosco la necessità della detenzione involontaria per esigenze di protezione e sicurezza pubblica. Attualmente sto scrivendo un libro sulle carceri APAC in Brasile: strutture prive di guardie armate dove la sicurezza e la quotidianità sono gestite collettivamente e direttamente dai detenuti.
Andreas Aresti: Anche io ho alcune riserve verso le posizioni abolizioniste più radicali, preferendo un approccio più pragmatico. Mi chiedo sempre quanto l'abolizione totale sia una strada percorribile. Sono più incline a sostenere riforme profonde: una forte riduzione del ricorso alla cella unita a modelli alternativi di sanzione sociale che bilancino le esigenze di tutti, incluse le vittime. Inoltre, notiamo che alcune soluzioni proposte dagli abolizionisti somigliano comunque a delle carceri: parliamo pur sempre di strutture da cui non è permesso allontanarsi. Che si tratti di un centro di cura o di una struttura protetta, quando c'è la privazione della libertà di movimento siamo di fronte, di fatto, a una forma di detenzione.