L'obiettivo del Referendum: una giustizia docile

16 Mar 2026 Francesco Blasi

. Siamo alle ultime revisioni degli articoli: il nuovo numero della rivista è ormai pronto. Anticipiamo uno dei testi sul referendum e che spiega bene il nostro No.

A sentire Giorgia Meloni, una conferma referendaria della “riforma della Giustizia”, cioè la vittoria del Sì, regalerebbe all’Italia una magistratura talmente purificata da aprire una nuova era per la quale bisognerà anche riformare il calendario, numerando gli anni dal 2026 come quelli del dopo-riforma. Saremmo, insomma, in un nuovo anno zero che relegherà nelle nebbie della Storia quell’altro anno zero di oltre due millenni fa. Il governo di centrodestra è modesto ma fino a un certo punto, per parafrasare il ministro degli Esteri Antonio Tajani di una sua recente ma già celebre uscita sulla validità del Diritto internazionale. La riforma promette, stando al marketing mediatico spinto vieppiù con insistenza da palazzo Chigi, una giustizia finalmente efficiente, ma soprattutto giusta: il cittadino potrà accomodarsi tranquillo nelle aule di tribunale, con la sicurezza di rimanervi per un tempo breve e di essere trattato su un piano di parità garantita con la sua controparte, al riparo da inconfessabili combutte extragiudiziali tra giudice e pubblico ministero. Siamo in realtà di fronte a una montagna di assunti temerari, di un’audacia forse mai vista, che sovrasta e nasconde la vista del topolino consistente nella separazione delle carriere di giudici e piemme incardinata nella Costituzione per sempre; o almeno fino ad una prossima ed eventuale nuova riforma, sempre possibile in quest’epoca che sembra andare verso manomissioni della Carta fondamentale a colpi di maggioranza semplice e duello finale affidato alle urne referendarie per supplire alla insanabile polarizzazione delle posizioni tra maggioranza e opposizioni.

Progetto P2 e svolta americana
Per bocciare la pretesa riforma con un No deciso e netto basterebbe richiamare la circostanza della separazione delle carriere contenuta nel programma di Rinascita democratica di Licio Gelli, un fascicolo rinvenuto e sequestrato il 4 luglio 1981 nel corso di un’ispezione all’aeroporto di Fiumicino del bagaglio della figlia del venerabile della P2, Maria Grazia Gelli, che l’aveva nascosto nel doppio fondo di una valigia. Norma di non poco peso nel progetto di colpo di stato che avrebbe omologato l’Italia alla Grecia dei colonnelli e al Portogallo di Salazar, la separazione mirava alla riduzione del pubblico ministero ad appendice del governo quale strumento per perseguitare gli oppositori del regime fino alla normalizzazione plebiscitaria. L’argomento è comunque complesso, giacché il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che si è speso per la riforma propugnata a suo tempo da Silvio Berlusconi, sottolinea che non vi è alcun fine riposto di sottoporre all’esecutivo i magistrati requirenti; in effetti, nella riforma che mette mano a ben sette articoli della Costituzione non si rinviene alcun accenno alla svolta americana della struttura giudiziaria e del processo penale.
Ma tale svolta rimane in agguato, dal momento che sarebbero inevitabilmente le leggi ordinarie a dare la quadra operativa al nuovo assetto delineato ma non completato dalla revisione di una parte così poco trascurabile della Costituzione in tema di potere giudiziario. Si tratta dei decreti attuativi che secondo voci sarebbero già pronti in vista di una vittoria del Sì.

Arriva l’avvocato della polizia
Sul loro contenuto nulla è trapelato ad oggi, ma appare scontato che la nuova destinazione dei pubblici ministeri li avvicinerà all’esecutivo per pura necessità tecnico-giuridica: affrancato dal corpo magistratuale finora unico, il piemme diverrà avvocato dell’accusa contrapposto a quello della difesa, entrambi alla base di un triangolo isoscele al cui vertice c’è il giudice rimasto unica parte terza, secondo la metafora geometrica enunciata da Francesco Paolo Sisto, già avvocato di Berlusconi e senatore – appunto – di Forza Italia. Più inquietante il proposito di Tajani, il quale parla nientemeno che di una prossima revisione dell’articolo 109 della Costituzione in tema di provvisione al piemme della polizia giudiziaria quale strumento di garanzia dell’indipendenza della parte requirente della magistratura: la revisione annunciata punterebbe, è chiaro, alla sottrazione dell’apparato di polizia dall’armamentario del pubblico ministero, privandolo della possibilità di raccogliere – come avviene oggi – prove a favore tanto della supposta parte lesa quanto dell’indagato nella istruzione di un giudizio. Dalle ipotesi ventilate nella girandola di interpretazioni scatenate dalle pasionarie del centrodestra è possibile anticipare una conclusione basata sulla logica: se il piemme sarà verosimilmente escluso dall’impiego in veste direttiva della polizia giudiziaria nelle forme attuali, è concreto il rischio di un’inversione delle parti talché ne esca trasformato in avvocato della polizia, consulente e validatore giuridico di indagini in salsa anglosassone ma pur sempre dotato dei pesanti strumenti attuali, potenzialmente pericolosi nel nuovo assetto, come l’intercettazione, la perquisizione e l’arresto. Antonio Ingroia, gia coordinatore del pool antimafia, tira i fili del panorama incompiuto restituito da una eventuale affermazione del Sì e prospetta un’altra variante di svolta autoritaria celata sotto forme all’apparenza neutrali: se la Guardia di finanza – sostiene – dipende dal ministero di Economia e finanze, la polizia di Stato da quello dell’Interno e i carabinieri dal ministero della Difesa, il pubblico ministero passerà sotto il ministero della Giustizia. Sarebbe lo sbocco naturale della riduzione dei pubblici ministeri separati a ulteriore corpo dello Stato, che andrebbe dotato per forza di cose di un proprio apparato
investigativo.

Il pretesto delle correnti
Se le sorti dell’apparato giudiziario rimangono appese agli esiti di un referendum che rimanda praticamente tutto alle decisioni della politica, rimane il giallo sulle ragioni profonde che hanno determinato il governo Meloni a incamminarsi per una via costituzionale che appare scelta per puro principio, per partito preso in mancanza di ogni chiarezza sugli assetti futuri di magistratura e processo penale. Una separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri è di fatto già operante da qualche anno, introdotta dalla cosiddetta “riforma Cartabia” nel 2022 (con decreto legislativo) attraverso una separazione delle funzioni che ha limitato fino alle soglie dell’estinzione il passaggio dei magistrati da una funzione all’altra con la prescrizione di un solo cambio possibile nel corso della carriera, da effettuarsi entro il decimo anno dall’entrata in servizio; l’opzione è stata infatti esercitata da meno dell’un per cento degli oltre novemila magistrati. Appare perciò debole la giustificazione strombazzata: stroncare le correnti all’interno del Consiglio superiore della magistratura e quindi la politicizzazione realizzata con osmosi dall’esterno all’interno per mezzo dell’Associazione nazionale magistrati, un sindacato unico e unitario che contiene veri e propri partiti sulla falsariga delle divisioni ideologiche presenti nell’arco costituzionale. Il centrodestra, e tutti coloro che anche nell’ambito del centrosinistra fino a pochi anni fa vagheggiavano la separazione delle carriere, sembrano poco consapevoli di aver introdotto un fumoso quanto vasto tema antropologico per regolare un aspetto concreto del funzionamento della società quale è il riferimento a idee ed ideali nei cittadini che svolgono la fondamentale funzione di interpretare e applicare il diritto con effetti tangibili sulle altrui esistenze. O forse, per risolvere il dilemma, non occorre imputare alla attuale classe politica intenti filosofici: la riforma piduista era difatti uno strumento concreto e anche un po’ rozzo per separare e controllare con la forza, un vero divide et impera. Dopotutto, l’ideologia della separazione non è un dato platoniano e iperuranico, un’idea universale e sincronica, bensì un terreno mezzo di fortuna per conseguire fini politici di parte, di per  sé legittimi fino a quando rientrano nella liceità del quadro costituzionale. Non si spiegherebbe altrimenti l’oscillazione nel tempo di varie figure, tra cui lo stesso Nordio, tra l’inattaccabilità dell’unità istituzionale e formativa dei magistrati e il loro scompaginamento finalizzato
all’estirpazione di una non meglio definita “attività politica” che turba la serenità nella raccolta delle prove e del giudizio; come se non sussistessero del pari altre questioni sottostanti come la caratura culturale e intellettuale, la moralità e gli inevitabili legami interpersonali ad influenzare l’obiettività e l’efficacia dell’azione giudiziaria.

L’alto prezzo del populismo
Non c’è, in ogni caso, da rimanere perplessi o addirittura confusi da un dibattito che i promotori della riforma hanno lanciato comunque in un volo basso, alla portata di tutte le menti e perfino a fungere da materia alternativa al calcio nelle discussioni da bar. Qui si tratta di cavalcare la più alta percentuale ottenibile di risposta populistica solleticando l’istinto che vuole la politica fuori da ogni cerchia dello Stato che non sia la politica stessa, l’unico carrozzone autoabilitato ad aizzare le folle con iniezioni in overdose di pathos a discapito di ogni logos. La società italiana nei suoi vertici fino alle funzioni e alle classi più subalterne è caratterizzata da relazioni e dipendenze forti quanto invisibili, trasversali e per lo più inafferrabili. Il proposito di intervenire sul solo ambito giudiziario, non potendo agire con una risibile e dunque impossibile riforma morale della nazione, è un’impresa che nell’eventualità di una conferma referendaria della riforma rivelerà il centrodestra quale goffa compagine che gioca allegramente al Piccolo chimico: a parte le sopra delineate scelte future che incombono per regolare la portata dell’asservimento dei pubblici ministeri al governo (attuale e futuri), un cospicuo assaggio di aggiustamenti rocamboleschi è già osservabile dal buco della serratura della riforma costituzionale, che potrebbe trovarsi a pagare un esorbitante dazio in termini di ridicolo quando dal principio vago e qualunquisticamente rotondo del sorteggio dei seggi togati nel raddoppiato Csm si dovrà passare alla plausibile ipotesi che la sorte li assegni tutti o quasi a magistrati non interessati o riottosi a lasciare il loro ufficio per Roma; oppure, ancora per esempio, a
estratti tra magistrati tutti del nord o tutti del sud, tutti Gip o tutti Gup. Tanto che qualcuno ha propriamente ironizzato sulla necessità di moltiplicare i Csm fino a cinque per evitare gli inquinamenti e le promiscuità emerse dal tuttora irrisolto “caso Palamara”. Si ritornerà inevitabilmente – questo lo scontato finale - a liste compilate su base correntizia, esattamente come avviene nel sorteggio pre-lottizzato dei membri laici, quelli proposti dai partiti. In altre parole, la politica messa alla porta rientrerà con comodo dalla finestra. La farsa è completa se si considera che oltre allo spacchettamento in tre del Csm (dei giudici, dei piemme e Alta corte) andranno
moltiplicate per due le scuole, da tre a sei, di formazione dei magistrati e raddoppiati i Consigli giudiziari su base locale, che da venti passerebbero a quaranta. In aggiunta, i già costosi concorsi per l’ingresso in magistratura dovrebbero essere duplicati: per giudici e pubblici ministeri. Il Piccolo chimico costerebbe da subito centinaia di milioni di euro alle casse statali, per non menzionare il danno sulle future generazioni di pubblici ministeri, o come verranno chiamati: da avvocati dell’accusa allevati per confrontarsi in singolar tenzone con la magistratura giudicante, lavoreranno molto meno dei loro predecessori vetus ordo; e a fare curriculum non sarà il ripristino della giustizia a sentenza passata in giudicato, bensì le condanne ottenute, ciò che già oggi avrebbe reso necessaria la previsione, nel testo della riforma, della disattesa introduzione della responsabilità civile dei giudici, anche questa da raddoppiare dal momento che a rischio di errore giudiziario – per colpa o dolo – sarebbe soprattutto il nuovo piemme.