Carcere Beccaria. Quei ragazzi, cristalli perduti nella notte

25 Apr 2024 Antonella La Morgia

Fuori il mare. Ma dentro il carcere cosa c’è? Il mare della violenza bagna la cronaca degli abusi, psicologici, verbali e soprattutto fisici, finanche sessuali, e dei pestaggi, tutti da accertare nella fondatezza delle ipotesi di reati, gravi, gravissimi a carico di agenti del Carcere minorile di Milano. Quasi la metà dell’organico. Vittime sono alcuni detenuti in custodia, affidati allo Stato, nelle mani (di chi? che cultura avevano quegli agenti autori delle violenze? dobbiamo domandarci) di chi dovrebbe proteggerli e ricondurli al rispetto dell’illegalità violata, cambiati. Quanto cambiati invece lo immaginiamo. Rispolverate vecchie pellicole come Sleepers (il film di Barry Levinson, 1996), dove l’esperienza detentiva di quattro ragazzi in un clima di torture e violenze perpetrate su di loro dagli agenti in un riformatorio penale devasterà da allora in poi il loro animo, offuscandolo nella rabbia, segnando la fine di ogni “bella gioventù” che mai avessero potuto conoscere.

Per rimanere a casa nostra, togliete da Mare fuori quell’atmosfera da collegio-parrocchia che ha il carcere: l’educatore buono che ha tutto il tempo per tutti, il comandante padre, la direttrice (il Beccaria invece non ha avuto a lungo un direttore stabile), sempre lì presente che tratta da sorella la figlia (super-accessoriata e in out fit da influencer tra la sua cella e il cortile d’aria) del boss della camorra in lotta contro la famiglia rivale. Togliete tutto questo, e avrete cosa il carcere è quando può generare mostri. Cosa fa. A che punto può arrivare la chiusura di un sistema che è fuori dal mondo e a cui giova la mancanza di trasparenza verso la comunità, e di veri controlli esterni che responsabilizzerebbero formazione e modo di operare del personale.

La fiction è fiction. Almeno ai ragazzi che la seguono la serie insegna che i detenuti hanno pari dignità, senza pregiudizi: non sono feccia, sono “stelle frantumate nei cortili sporchi”, per usare le parole dello scrittore Eraldo Affinati che li ha visti a decine sui banchi delle scuole dove ha insegnato (La Stampa, 23 aprile).

A loro va dovuto il rispetto, vanno aiutati, quei ragazzi, perché per tutti può, deve arrivare la seconda possibilità, il diritto di ricominciare, che è un dovere garantire da parte di chi si occupa di loro dal primo giorno in cui entrano in carcere. Invece, se la prendono con un sacerdote, Don Rigoldi, che non si sarebbe accorto di niente da quando è al Beccaria; se la prendono con gli operatori e volontari che entrano. E non hanno riferito mai questi abusi che pure a loro sarebbero dovuti arrivare.

Chiariamo come sarebbero andate le cose secondo alcune ricostruzioni. Le denunce sono partite dal Garante delle persone private della libertà personale, Francesco Maisto, al quale le segnalazioni delle violenze sarebbero giunte da operatori e genitori di alcuni detenuti, quale sistema reiterato praticato da tempo su più giovani ristretti. Durante le visite nell’istituto dello stesso Garante, del cappellano e di molti altri, l’assenza di attività, il silenzio e lo stato passivo dei ragazzi non consentivano di ascrivere le precise, presunte condotte violente a loro danno, ma erano già sembrate indice del clima di paura, che le intercettazioni delle conversazioni della polizia penitenziaria coinvolta hanno confermato. Ancora una volta, come a Santa Maria Capua Vetere dove le riprese delle videocamere avevano reso noti i pestaggi e le sevizie accaduti nella sezione Nilo nell’aprile 2020, anche qui, nel Beccaria, dei video avrebbero confermato il perché di quella paura e le ipotesi di reato, su cui ora andrà avanti la Procura di Milano.

Sul carcere, istituzione tra le meno trasparenti (il caso del Beccaria ne è l’esempio) e le più ferme al passato del nostro paese, tra le più vulnerabili ai cambi della politica e dunque abbandonate a non approdare mai, pur avendone tanto bisogno, a riforme di sistema che necessitano di tempi lunghi e di far convergere ad unità, su punti comuni, interessi e posizioni distanti, si stenderà di nuovo un po’ d’inchiostro. Come si sta facendo.

Poi, i riflettori si spengono. Si chiuderà presto il sipario sui cattivi della cronaca di un giorno, quegli agenti che dovrebbero incarnare la parte dei buoni, nel luogo dove si mettono i cattivi della cronaca di sempre: quei ragazzi, maledetti sleepers, sui quali si è accanita la voglia insoddisfatta di punirli di un’intera società, che con odio li guarda. Li caccia e li mette dentro. Perché il gorgo inghiotta quelle “stelle frantumate”, perché non vi siano nuovi banchi e nuovi maestri di vita per loro ma celle chiuse. E nel buio in cui sprofondano, nessuno dia loro poesia, cultura, energia di vita.

Se non comprendiamo che il carcere, tutto il carcere, ha bisogno di luce – cioè riforme, personale con preparazione adeguata, operatori, responsabilità e osmosi da e con l’esterno - quei giovani, e molti altri, resteranno cristalli perduti su sentieri di notte, e mai ritrovati.