
Carcere. Dare un senso alla sofferenza affinché la pena non sia solo vendetta
23 Dec 2024 Massimo Zanchin* carcere, lanusei pietro basoccuÈ successo una sera nel bagnetto della mia cella, un ripostiglio cieco adibito in tal senso, mentre mi preparavo per andare a dormire. Ho prolungato lo sguardo allo specchio riflettendo su tutti i miei anni di detenzione e sull’imprecisato numero di anni che ancora dovrò vivere in questa situazione e in queste condizioni. Ad un certo punto, mentre mi fissavo preso da questo pensiero, mi sono posto una domanda: fino a che punto una persona, nella penosa e difficile condizione in cui vive, può definirsi ancora un essere umano? Qual è il limite? Inizialmente avevo l’impressione che fosse una di quelle domande destinate a rimanere nel vuoto; invece, una risposta istintivamente me la sono data: l’umano arriva fino a dove arriva l’amore dell’uomo, che non ha limiti se non quelli che noi diamo in quanto uomini.
Questa risposta mi è rimasta in testa facendomi capire che ero io a pormi dei limiti, ero io stesso custode di una prigionia senza scopo se non quello disposto in sentenza. Insomma, la disumanità della mia condizione di vita non era dettata solo dai limiti imposti dalla carcerazione e dall’indifferenza, ma ero io ad essermi disumanizzato non provando più amore per me stesso e verso il prossimo fatta eccezione per i miei cari, amore che tra l’altro in questi anni ha avuto poche occasioni per poter essere trasmesso.
E allora che fare? Cosa posso offrire al prossimo in segno d’amore volendo ancora considerarmi ed essere considerato umano, aldilà della mia vita per i limiti esistenziali che mi sono stati imposti e che poco hanno a che fare con il senso di umanità? Ci ho pensato e qualcosa da offrire credo di averla: la mia sofferenza, e il suo valore sta proprio nel darle un senso, uno scopo. Non l’espiazione di un’inutile pena fine a sé stessa, ma lavorandola, elaborandola, affinché possa essere spiegabile non come semplice conseguenza di una punizione ma come occasione di approfondimento e di riflessione di ogni sofferenza, di mancanze e di disagi altrui.
La mia sofferenza invece di irrigidirmi può rendermi più sensibile verso il prossimo, mi appartiene, è parte di me e ne avrò la giusta cura; anziché lasciarla in disordine per tutta la cella la raccoglierò e la piegherò per bene come ogni mattino faccio con le lenzuola. La mia sofferenza sarà terreno su cui far germogliare giusti pensieri, giusti ragionamenti, atti a sensibilizzare la società ad accorgersi degli ultimi, ad essere solidali con chiunque viva nella varie prigioni della vita o verso chi ha perso un proprio caro per mano di altri uomini; un percorso che mi consenta di parlare con gli adolescenti mettendo a disposizione la mia esperienza con un’occhiatina virtuale sulla sofferenza.
Insomma, se la mia prigionia non ha alcuno scopo se non quello di subire una vendetta, e magari avendo anche sbagliato indirizzo, la mia sofferenza invece un buon scopo lo può avere dando senso alla mia esistenza, abbandonando il desiderio di essere un grande uomo, considerandomi e desiderando essere considerato semplicemente un buon essere umano.
*ergastolano, casa di reclusione di Opera