Lasciate ogni respiro voi ch’entrate. I can’t breath! I can’t breath! Le frasi pronunciate dall’On. Delmastro Delle Vedove, Sottosegretario al Ministero della Giustizia con delega agli Affari del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, sono come il ginocchio dell’agente Derek Chauvin sulla schiena di George Floyd. Era il 25 maggio 2020 a Minneapolis. Floyd, afroamericano, fu tenuto a terra prono e in manette dopo aver dichiarato di essere claustrofobico già dopo alcune manovre fisiche esercitate su di lui dagli agenti che lo avevano fatto salire e poi scaraventato fuori dall’auto della polizia. La polizia era stata chiamata da un negoziante che riteneva di aver ricevuto da Floyd una banconota falsa. L’agente Chauvin trattenne Floyd immobilizzato, con il ginocchio premuto sul suo collo per 8 minuti e 46 secondi, nonostante Floyd gli gridasse di non riuscire a respirare, e incurante di adottare una misura che può comportare il soffocamento, causandone il coma e poi la morte.
Ricordare l’episodio di George Floyd serve a dare l’esatto significato di violenza fisica che hanno le parole di Delmastro. C’è in verità in quelle parole molto poco di fanciullesco e infantile, come lui quasi scusandosi ha dichiarato, prima di svuotare il sacco intriso di ideologia del sadismo – bene l’ha definita così Sergio D’Elia, presidente di Nessuno Tocchi Caino (Voci di dentro ha ripreso il suo articolo su L’Unità del 20 novembre) –, un’ideologia che considera la pena giusta in quanto, e quanto più, infligga il male nei confronti di chi il male avrebbe commesso. Quelle mani dello Stato che guidano e guideranno l’autoblindo di ultima generazione in dotazione alla polizia penitenziaria, dove detenuti destinati al 41bis o all’alta sicurezza saranno trasportati, non dovranno essere mani che si sentono “custodi” della vita e dignità di quelle persone, anche in vista (ma sì, ricordiamolo) di una loro rieducazione, come vuole la nostra Costituzione. No. Per l’On. Delmastro devono essere mani violente, mani che tolgono il respiro, mani di un potere che soffoca anche la dignità, che toglie l’ossigeno per vivere a chi dovrebbe invece restare – deve restare – “uomo”. Chi invece è individuato e indicato come nemico, chi non merita la visita in carcere perché non si creda che “ci si inchini” al Male e alla Mecca dei detenuti, nel sadismo delle diseguaglianze e delle gerarchie costruite e propagandate, “uomo” non è più.
Le parole nominano, definiscono mondi reali e immaginari. Queste sono parole che purtroppo contribuiscono, con grave danno, ad accrescere nella mente comune l’idea che la disumanità della detenzione e di ogni contenzione, e la necessarietà della disumanità delle stesse, siano ovvie, e debbano essere la naturale risposta delle istituzioni nell’esecuzione penale. Mentre assistiamo e continuamente alimentiamo un processo che “umanizza” le cose, non siamo politicamente vigili di fronte a quello che tende a derubricare a cose gli umani, “disumanizzando” l’uomo.
È perciò preoccupante che il dizionario violento e anticostituzionale che si nasconde dietro le frasi del Sottosegretario Delmastro Delle Vedove sia stato, salvo le eccezioni che ne hanno colto l’essenza ideologica, bollato da molti solo come l’esternazione un po’ goffa e inopportuna, poco a credersi involontaria, di chi dovrebbe assecondare la sostanza di quanto dice alla forma che afferisce al ruolo e alla carica che ricopre.
Solo a due giorni di distanza da questa esternazione, i media hanno riportato la notizia delle presunte torture commesse dalla polizia penitenziaria nel carcere di Trapani su detenuti. Anche qui è emerso dalle indagini seguite alle denunce di alcuni ristretti, come la Procura di Milano aveva anche rilevato per l’Istituto minorile Beccaria, un “sistema” di sevizie, umiliazioni, violenze fisiche, verbali, psicologiche che andrà accertato nell’iter che vede indagati 25 agenti, 11 già ai domiciliari e 14 sospesi dal servizio in questa fase iniziale. Le videocamere (non presenti ovunque) avrebbero ripreso, come fu per il pestaggio quattro anni fa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, sia le dinamiche sia un linguaggio di assoluta, brutale violenza, che figlio solo può dirsi di quell’ideologia del sadismo che chi conosce il carcere sa che è il vero cancro del carcere. Ora quel motto scritto su tante pareti delle patrie galere “Despondere spem munus nostrum” suona come un grido di dolore. Dov’è la speranza, cos’è rimasto della speranza nel carcere? Ottantuno detenuti fino ad oggi si sono suicidati nelle celle. Ed è aumentata la percentuale di quelli più giovani che si sono tolti la vita. A questi si aggiungano sette agenti che non hanno retto il lavoro di carceriere, un lavoro duro, frustrante, che si svolge sotto lo stesso tetto dei carcerati, quindi molto spesso in mezzo allo stesso degrado e fatiscenza delle strutture.
A Udine da tempo il Garante, gli avvocati della Camera penale, con l’adesione di Associazioni, enti, uniti a cittadini sensibili al tema, con un appello firmato da Franco Corleone, hanno chiesto al PRAP la chiusura della prima sezione del carcere, edificio pur interessato da un progetto moderno di ristrutturazione, per le condizioni igienico-sanitarie non più tollerabili degli spazi – celle, bagni, corridoi – in cui sopravvivono oltre 50 detenuti, soprattutto stranieri, in sovrannumero e molti con particolari problemi psichici. Cosa sono più gli uomini se a loro si nega il soffio vitale dell’umanità? Sono cose, scarti. Nient’altro, se il senso e l’idea dello Stato che punisce, custodisce e detiene è: “Lasciate ogni respiro voi ch’entrate”.