Una coppia inedita quella formata dall’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e dal suo compagno di sventura Fabio Falbo. I loro nomi oramai sono diventati familiari e non solo tra coloro che hanno a cuore i diritti degli ultimi. Scrivono a quattro mani il “Diario di cella”, un viaggio che attraversa la complessa quotidianità del carcere romano di Rebibbia, raccontata senza filtri inviando — «nel rispetto delle regole penitenziarie», tengono a precisare — le proprie riflessioni ai mezzi di comunicazione. Due persone con esperienze molto diverse: una contraddistinta da un pluridecennale impegno politico e istituzionale, l’altra da una ventennale esperienza carceraria vissuta studiando giurisprudenza e mettendosi a disposizione degli altri detenuti come “scrivano”, entrambi impegnati a rendere pubbliche le drammatiche condizioni dei penitenziari italiani.
Chi non ha mai varcato la soglia del carcere, attraverso le loro cronache ha potuto toccare con mano le perverse dinamiche che regolano la vita dei reclusi. Diritti negati e speranze deluse, sovraffollamento e impiccagioni, anziani, malati e regole incomprensibili. La “calca” nelle carceri italiane sta raggiungendo livelli mai visti nella storia della Repubblica, quasi si trattasse di luoghi ameni presi d’assalto durante Ferragosto o per le vacanze di Natale: siamo al 137,07 per cento di sovraffollamento con 63.467 persone detenute a fronte di 46.304 posti realmente disponibili. Ciò sta provocando nella maggior parte degli istituti una profonda e negativa trasformazione che vede le persone detenute sprofondare in condizioni che rientrano nella fattispecie dei “trattamenti inumani o degradanti” sanzionati dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, senza spazi di vivibilità nelle celle e con la soppressione delle iniziative di socialità e di attività culturali e lavorative.
Dal braccio G8, “il salotto buono” del carcere romano in cui sopravvivono (osservatorio privilegiato prima che le condizioni precipitassero anche a causa dell’arrivo dei detenuti provenienti da Regina Coeli dopo il recente crollo di parte del soffitto), Alemanno e Falbo nel corso dei mesi hanno snocciolato dati, raccontato storie e suggerito soluzioni logiche al male endemico della galera diventando pungolo per le istituzioni preposte. Nel frattempo, alzano l’asticella e invitano reclusi, ex reclusi, associazioni e media, a rilanciare un appello in occasione del Giubileo dei detenuti del 14 dicembre. «È un appuntamento fortemente voluto dal Santo Padre Francesco nell’ambito del Giubileo — ricordano Alemanno e Falbo — nella cui bolla di indizione Spes non confundit troviamo scritto: “Penso ai detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto”». Un messaggio di speranza che non può lasciare indifferente chi ha vissuto limitazioni, soprusi, censure e trasferimenti durante la detenzione con l’unica colpa di aver osato raccontare il carcere.
Il 26 dicembre dell’anno scorso Papa Francesco, con una scelta forte e carica di significati, aprì la Porta Santa nel carcere di Rebibbia. «È un bel gesto quello di spalancare, aprire le porte», aveva detto il Pontefice in quell’occasione: «Ma più importante è aprire i cuori alla speranza».
«Parole che mi risuonano nella mente», dice padre Lucio Boldrin, cappellano, che quella mattina era accanto a Bergoglio: «Se quel giorno le avvertivo come una carezza e forza per affrontare la quotidianità carceraria, oggi le sento sempre più lontane e vuote, parole che non sono riuscite ad aprire né i cuori né le menti, tanto meno a svuotare le carceri. Ricordo che nell’apertura dell’anno giubilare Papa Francesco aveva esortato i governi a prendere in considerazione “forme di amnistia o di condono della pena”, ma queste misure sono state bollate come segno di debolezza. Con un panorama simile — prosegue padre Lucio — faccio fatica a essere positivo e a mantenere accesa “la lampada della speranza”. Mi affido alle parole di Papa Francesco: “Tutti i giorni penso a voi e prego per voi”. Che dall’alto tocchi i cuori di molti per il rispetto della dignità umana verso tutti i detenuti».
Alcuni reclusi saranno sicuramente presenti domenica 14 dicembre nella Basilica Vaticana quando Papa Leone XIV darà seguito agli intendimenti del suo predecessore Francesco. Altri, seppur sensibili al richiamo, sceglieranno di rinunciarvi temendo che ciò comporti il diniego all’autorizzazione per trascorrere qualche giorno in famiglia durante le festività natalizie. Questo Giubileo ci insegna che la “Speranza non delude”. Nelle celle si spera innanzitutto di essere visti, e non solo guardati, confidando che non venga lasciata cadere questa occasione per ridare speranza e dignità al mondo delle carceri, alla popolazione detenuta e a tutti coloro che vi operano.
*pubblicato su L'Osservatore Romano del 12 dicembre 2025