Ecce homo

22 Mar 2026 Redazione

"In uno degli articoli pubblicati in questo numero, Stefania Cavallo si chie de che cosa resti oggi dell’uomo. Domanda più che mai attuale in questo tempo devastato da guerre, povertà e disuguaglianze. Le risposte, come ovvio, sono tante e diverse. Tra queste, risponde alla domanda l’opera d’arte in terracotta realizzata da Alfonso Fina, artigiano di Montesilvano, gran conoscitore della tecnica del restauro giapponese (kintsugi), tecnica che non nasconde ma al contrario enfatizza le rotture e le ferite. Per questo la foto del suo ingegno è in copertina di questo numero di Voci di dentro. Perché quel torso spezzato e ricucito col filo spinato, è davvero quello che resta dell’uomo, di questa umanità che potrebbe venire ritrovata, fra qualche secolo, da un archeologo tipo Indiana Jones o da un Charlton Heston de “Il pianeta delle scimmie”. Ritrovata dopo il disastro al quale ci stiamo preparando, sonnambuli come i nostri nonni alla vigilia della Seconda guerra mondiale. L’opera di Alfonso Fina, quasi un reperto emerso da uno scavo, rappresenta in pieno quello che resta dell’uomo di oggi: legato e tenuto insieme dopo la violenza subita, vittima di un crimine, di una strage, di un genocidio o di un bombardamento come quelli che imperversano ora in Medioriente e di cui scrivono qui Roberto Reale e Eric Salerno. Opera che è anche traccia ed emblema dell’ingiustizia, sia essa un’esecuzione o il calvario della detenzione come ben mostrano i testi scritti dalle persone detenute e dai loro familiari e che appaiono anche in questo numero con tutta la loro forza, senza filtri, genuine e firmate con nome e cognome, Gabriel Ippolito, Jus Pantaleo, Alessandro Catalano, Pierloreto Fallanca, Carmine Autiero, tanto per nominarne qualcuno: uomini e donne, identità e non numeri, senza quei meccanismi di censura e autocensura che accompagnano troppo spesso la vita di tanti soprattutto fuori sempre più incapaci di prendere posizione e di fare la cosa giusta, quella cosa che non è il nostro piccolo personale interesse. Ma non solo: quel busto è segno di una ingiustizia prodotta dalla giustizia c me spiega Francesco Blasi che affronta l’argomento della finta riforma, del referendum e di questa “battaglia di un centrodestra da piccolo chimico” impegnato ad addomesticare tutto l’addomesticabile che ancora sfugge ai decreti sicurezza e agli uomini in stivale. Ragionava bene decenni fa Friedrich Dürrenmatt parlando nei suoi romanzi dei limiti della giustizia penale e dell’utopia di chi crede nell’infallibilità degli operatori della legge o delle indagini che dovrebbero appurare la verità. Utopia come è quella del carcere. Ecce homo abbiamo chiamato questo numero di Voci di dentro, guardando al torso scarnificato creato da Alfonso Fina. Ecce homo disse Ponzio Pilato mostrando alla folla il Cristo legato alla colonna per le torture rituali della fustigazione e dell’incoronazione di spine. Ecco l’uomo che abbiamo creato noi a distanza di millenni dalla nostra creazione, ecco quello che resta leggendo le trascrizioni del podcast di Antigone e Next New Media con le interviste ai ragazzi delle carceri minorili, tutti detenuti come scrive Vincenzo Scalia, pensando alle lezioni di Baratta, alle fake della sicurezza che hanno rimosso e oscurato i diritti e le garanzie dello stato sociale. Quando sono proprio i diritti che devono tornare al centro della scena insieme alla cura, per vedere e superare le ferite, pensando a Pertini, ad esempio (come dice Patrizia Raspanti nell’incontro con De Cataldo) o a Aala Faraj che dall’Ucciardone si scrive con Dalila Alleva e parla di speranza, o all’ex ministra Cartabia citata da Antonio Gelardi e alla giustizia che ripara, restaura e fa rinascere. E che tiene. Così dice Alfonso Fina, nella presentazione della sua opera: “Quei fili di ferro e quelle graffe fanno quello che devono: tengono. In tempi che vorrebbero farci abituare al dolore abbiamo il dovere di ricomporre denunciando e urlando la morte della Pietà”.