Edith Bruck. Una torturata che non riesce a odiare i suoi aguzzini

29 Jan 2025 Patrizia Raspanti corriere

Alla trasmissione televisiva “Che tempo che fa” del 26 gennaio scorso Fabio Fazio ha intervistato la scrittrice ungherese Edith Bruck. Non è stata solo la sponsorizzazione del suo ultimo libro: da quel viso, da quella bocca sono uscite espressioni e parole incredibili, cioè proprio da non credere.  Lei  ha 93 anni, ed è già incredibile che una donna a quell’età abbia una facilità e una chiarezza di lingua e di pensiero come quella dimostrata nell’intervista; lei, perseguitata durante il nazismo perché ebrea e rinchiusa nel lager di Auschwitz, che racconta come ha tranquillizzato la sua Kapò incontrata dopo tanti anni.

La ex –kapò, la donna dal cappotto verde, ricompare nella vita di Edith all’improvviso ed evidentemente non a caso ma come conseguenza dei rimorsi e delle paure di chi ha torturato, anche con raffinati raggiri psicologici. “Dov’è mia madre?” supplicava Edith. E lei: “Vieni qui fuori, vedi quel fumo lassù? Lì è tua madre!” Era talmente spaventoso da sembrare una favola, tanto che Edith non ci credeva neppure.  Ma oggi, di fronte alla trepidazione fermentata di questa donna risuona tranquilla la risposta: “Non ho mai avuto intenzione di denunciarti!”. Come dire: hai perso tempo correndo dietro fantasmi e ti sei torturata, tu! Non sono infatti parole di magnanimità e perdono; da esse non traspare neppure un filo di paura, sebbene il ricordo del cinismo e della disumanizzazione sia ancora vivo. E vuole restare vivo. Ma non per bruciare di odio. Semmai proprio per parlare di disumanizzazione. 

Per un momento lasciamo stare che si tratti di un’ebrea. Lasciamo stare i nazisti e lo sterminio. Edith stessa dice che l’errore di quegli assassini, ancor prima di scivolare nel disumano cinismo organizzato nella distruzione di migliaia di corpi, fu quello di decidere che gli ebrei fossero tutti uguali, tutti sbagliati solo per il fatto di appartenere a quella razza. No, dice, non siamo tutti uguali.  Siamo esseri umani; possiamo portare in noi analoghi frammenti della nostra tradizione, cultura, educazione ricevuta, ma abbiamo, ognuno, una grande capacità di organizzazione del pensiero ed elaborazione critica delle idee, anche in base alle proprie esperienze di vita. Ognuno è a sé. E ognuno nel mondo reclama affetto, protezione, bisogno di gioia; non sono certamente la razza, una famiglia particolare o un determinato stato sociale a fare la differenza.

Chi è senza casa cerca la casa, chi è senza madre cerca compensazione affettiva. Alcuni di fronte alle proprie “povertà”, spirituali o materiali, possono reagire anche (e accade spesso) con la paura, con la rabbia e la vendetta. Chi, avendo ricevuto un rovescio della sorte o una malattia non ha provato l’istinto di arrabbiarsi, la tentazione di sentirsi più sfortunato degli altri? Di prendersela insomma con la sua stessa vita odiandola? Dalle parole di questa scrittrice traspare una pace invidiabile, un raggiunto equilibrio di umanità, paga delle proprie sicurezze, poche, e delle molte insicurezze che la vita offre. "Accettare!" ha detto.

Dimentichiamo dunque lei ebrea, colta, spiritualmente evoluta, e pensiamo a quante volte abbiamo maledetto un mal di schiena, qualcuno che ci ha dato uno spintone sull’autobus o quel collega che - corrompendo qualcuno - ci ha fregato il posto che spettava a noi. E se pensassimo qualche volta, in simili occasioni, a cambiare registro, modo di essere, per affidarci alla lungimiranza di quell’accaduto senza fermarci alla parzialità dell’accidente, ma avanzando più in là, oltre il nostro naso, per poter intravvedere panorami distesi, praterie tranquille, dove pascolano i sentimenti più belli della nostra dolce umanità? Allora potremmo iniziare a prenderci cura dei nostri difetti, delle malattie, trattandoli il meglio possibile, senza maledire niente e nessuno.

“Il bene che fai ti ritorna e anche il male; il male che fai, ti ritorna!”. Una frase da appendere tra la collezione di calamite sul frigorifero di casa.  Se un’educazione dobbiamo dare ai nostri figli, il miglior insegnamento è quello di saper vedere quei cervi al pascolo su abbondante erba fresca, quella della nostra vitalità, che ci assicura il premio della pace senza bisogno di odiare e uccidere.