Presidente, clemenza. Lei è l'ultima speranza
05 Aug 2026 Walter Monaco una cella nel carcere di Canton Mombello a BresciaAlla Segreteria della Presidenza della Repubblica
All’Ill.mo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Oggetto: Appello per i diritti e la dignità dei detenuti nelle carceri italiane
Signor Presidente,
Sono Walter Monaco, un ex detenuto. Le scrivo oggi, 5 agosto 2026, per sottoporre alla Sua attenzione le drammatiche criticità che stanno vivendo tutte le persone private della libertà personale nel nostro Paese.
Oggi io non sono più recluso ma, guardando indietro, mi rivedo dentro le celle di Milano, Brescia e Bergamo; posso sentire nuovamente il dolore e il forte disagio di chi ha sbagliato e sta cercando di riprendere in mano la propria vita.
In Se questo è un uomo, Primo Levi offrì una coinvolgente, ma meditata, testimonianza di quanto vissuto nel campo di concentramento di Auschwitz. Ebbe la cura di raccontare una situazione estrema e disumana, e l’opinione pubblica dell’epoca rimase allibita da tale pubblicazione. Oggi io desidero guardare insieme a Lei l’inferno quotidiano in cui si trovano i detenuti, affinché questa situazione possa cambiare realmente.
Signor Presidente, stiamo vivendo una realtà drammatica. I provvedimenti propagandistici del governo non riescono a risanare una situazione ormai disastrosa per gli istituti di pena italiani. Se davvero esiste un inferno sulla terra, i detenuti in Italia lo stanno visitando ogni giorno: celle sovraffollate e fatiscenti, a cui si aggiunge il nuovo provvedimento del DAP (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) che prevede persino la rimozione dei frigoriferi da ambienti già roventi.
Tra scarafaggi, docce fatiscenti poste sopra le turche e un caldo asfissiante, il governo ha limitato ulteriormente la libertà di movimento all’interno delle sezioni e dei bracci comuni. Se prima potevamo almeno camminare lungo i corridoi dei penitenziari, oggi i detenuti restano chiusi in cella praticamente 20 ore su 24.
Si muore ogni giorno. Il carcere oggi è diventato come il gioco del lotto: si attende solo di sapere in quale città si verificherà il prossimo suicidio. Nel frattempo, una parte dell’opinione pubblica resta indifferente o si schiera contro i carcerati, ripetendo il solito slogan: "Hanno sbagliato, è giusto che paghino, il carcere non è mica un hotel".
Per questa ragione Le chiediamo di farsi promotore diretto di un atto di clemenza. Lei, Presidente, rappresenta l'ultima speranza per molti; oltre questa soglia, l'unico gesto estremo rimasto sembra essere quello di mollare tutto.
Milano, Bergamo, Brescia: contesti diversi, ma uniti dallo stesso identico dramma. Persone che faticano a emergere e ragazzi che fanno letteralmente fatica a riaprire gli occhi ogni mattina, perché questo sistema penitenziario affonda l'individuo anziché riabilitarlo. Le promesse lavorative si rivelano un miraggio: a causa del sovraffollamento, un detenuto riesce a lavorare al massimo per 2 o 4 mesi all'anno.
Anche gli agenti della Polizia Penitenziaria sono stremati da turni interminabili. Si alzano la mattina sperando di poter rientrare a casa la sera senza aver subito aggressioni. Mi domando come sia possibile far lavorare il personale in queste condizioni. Sono persone che vivono al di là delle sbarre, ma che spesso sembrano stare peggio dei detenuti stessi. Perché permettiamo tutto questo?
Ricevo continue lettere da ragazzi reclusi che non ce la fanno più. So cosa significa lottare e pagare per i propri errori, ma quello che si sta attuando oggi non è giustizia: è la soppressione dei detenuti e della loro stessa volontà di cambiamento.
Oggi più che mai abbiamo la necessità di respirare. Serve un atto di clemenza, un indulto. Nelle carceri si soffoca e non si contano più i morti, le corde e le lenzuola appese.
Signor Presidente, Lei conosce il significato della sofferenza; Lei stesso, dopo la tragica perdita di Suo fratello, ha saputo riprendere in mano la Sua vita e guidare la Nazione. Ci aiuti ad andare avanti e a seguire un esempio di riscatto.
Lo faccia per un supremo atto di clemenza.
Lo faccia per tutte le persone che hanno commesso un errore e che desiderano sinceramente diventare cittadini migliori.
Lo faccia per le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, che lavorano credendo nella giustizia nonostante condizioni di vivibilità terribili.
Signor Presidente, oggi a Brescia ci sono 38 gradi e dentro quelle mura si sta morendo.
Con profondo rispetto e speranza