Igor Squeo era un ragazzo normale: aveva un lavoro, anzi due lavori, una fidanzata, degli amici e una madre. È proprio lei a ricordarlo così, ribadendo quella normalità come antidoto a qualcosa di estraneo che si è scaraventato nelle loro vite. Squeo aveva 33 anni quando è morto nel suo appartamento di Milano la notte dell’11 giugno 2022, dopo un intervento della polizia e del personale sanitario.
La cronaca di quelle ore, mettendo insieme quanto emerso dalle carte processuali, è questa: Squeo era a casa sua in compagnia di una persona conosciuta da poco con la quale, si presume, ci sarebbe stato un diverbio particolarmente acceso. Un inquilino chiama la polizia e, all’arrivo degli agenti, Squeo risulta alterato: per tale ragione, dicono, viene utilizzato per due volte l’arco di avvertimento del Taser. Non sortendo alcun effetto, gli agenti chiamano i rinforzi. A quel punto arrivano sei volanti e l’uomo viene ammanettato e legato con fascette alle caviglie su una sedia.
Nel frattempo, accorre il personale sanitario che, diversamente da quanto sostiene la polizia, dice di aver trovato l’uomo in posizione prona a terra tenuto dagli agenti con forza, con la schiena compressa sul pavimento dai loro corpi. La versione della polizia, invece, riferisce che l’uomo era sì legato ma tenuto in posizione laterale di sicurezza.
Secondo la documentazione disponibile, sappiamo che Squeo – in quella posizione - aveva avuto più di una crisi respiratoria e, nonostante il livello di ossigenazione fosse oltre la soglia di guardia, i sanitari hanno proceduto ugualmente nella somministrazione del Propofol, un potente anestetico con gravi effetti collaterali. Al terzo arresto cardiaco, avvenuto alle 6 e 45, l’uomo muore. Il corpo, dirà la madre in seguito, aveva ecchimosi e ferite, per le quali nessuno è stato in grado di dare una spiegazione.
Secondo il Pubblico Ministero, il decesso sarebbe esclusivamente riconducibile all’assunzione di cocaina (avvenuta almeno cinque ore prima dell’ultimo arresto cardiaco) e nulla avrebbero a che fare la posizione in cui l’uomo era stato tenuto dalla polizia al momento del fermo né la somministrazione da parte degli operatori sanitari dell’anestetico.
Il prossimo 20 maggio scadranno i sei mesi dati dal GIP al Pubblico Ministero per avviare ulteriori indagini e il rischio di archiviazione è molto concreto. La madre di Squeo sa che quanto è avvenuto al figlio non è un caso isolato: a morire durante un fermo o un intervento delle forze di polizia sono stati molti prima di lui. E, come lei, molte sono le madri a chiedere verità e giustizia per i loro figli.
In questa come in altre vicende atrocemente simili, capita che i familiari sottolineino che la ricerca della verità non sia affatto un atto ostile nei confronti delle forze di polizia: tale elemento, che potrebbe apparire esclusivamente privato, nei mesi successi all’approvazione del cosiddetto Decreto Sicurezza, imporrebbe una riflessione collettiva e, quindi, politica.
Chiarire cosa successe l’11 giugno del 2022 a Igor Squeo, o ad Arafette Arfaoui il 17 gennaio del 2019 o a Enrico Lombardo nell’ottobre dello stesso anno è un atto di giustizia che non mina le basi dello Stato di diritto, piuttosto ne riconosce e ne legittima l’esistenza.
La disumanizzazione, sebbene sia un fatto storico concreto, non è un destino inevitabile, ma il risultato di un ordine ingiusto che genera violenza negli oppressori, la quale a sua volta disumanizza gli oppressi (Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi).
*giornalista, scrittrice