Se la strada diventa una prigione

02 Mar 2024 Antonella La Morgia

Pisa come Genova nel 2001. E per fortuna – ci sarebbe da dire - un po’ meno di Genova. Commentando quanto accaduto lo scorso venerdì 23 febbraio durante le manifestazioni pro Palestina nel cuore della città toscana, il richiamo ai pestaggi operati dalla polizia nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto in quel tragico Summit del G8, in cui morì anche Carlo Giuliani, è venuto a molti naturale.
Giovanissimi, perlopiù minorenni, a Pisa sono stati oggetto di un uso sicuramente spropositato della forza, inseguiti (i video mostrano una vera e propria carica, altro che schegge isolate che li colpiscono), picchiati e feriti con i manganelli da agenti in tenuta antisommossa, in ragione di un sempre sbandierato dovere di garantire la sicurezza dell’ordine pubblico, dovere giustamente riportato dal Capo dello Stato (solo da lui, e da nessuno del Governo) nei limiti della Costituzione, che garantisce, altresì e comunque, a tutti il pieno diritto di manifestare liberamente.
Brutta storia, però, prendersela con i ragazzi. Ragazzi uguali a quelli che fino a pochi giorni fa erano a Padova e in altre città, nei cortei che dopo la morte di Giulia Cecchettin si sono svolti per esprimere solidarietà alla famiglia della ragazza uccisa dal fidanzato, gridando no alla violenza contro le donne e basta femminicidi. Ragazzi che hanno sfilato nei giorni del Friday for Future con i loro cartelli disegnati e colorati, con il mondo e la scritta Non esiste un Pianeta B. Ragazzi, dunque, che sono considerati se scendono in strada un giorno innocui, un altro giorno, però, pericolosi. Ma si sa: sono tempi in cui una panchina rossa non divide quanto una bandiera della Palestina o una della pace. O quanto lasciare fiori per Giulia piuttosto che per Aleksey Navalny. Com’è possibile aver visto in questi giovani che chiedevano la pace per Gaza dei contestatori violenti?
Alla luce dei fatti di Pisa (e di altri simili, lontani e vicini nel tempo) per prima cosa occorre riflettere sulla cultura delle forze di polizia. Questa cultura, nel nostro paese come in altri, è il portato di una formazione, certo, ma anche di un credo radicato nell’esperienza, di codici che dettano l’agire. È anche espressione di un insieme sotterraneo ma forte, di opinioni, saperi impliciti o espliciti, una subcultura spesso intrisa di razzismo, machismo e conservatorismo, di regole e forme consolidate, che poco hanno a che fare con i limiti normativi dettati da leggi, regolamenti disciplinari e norme di democrazia.
Non sono solo episodi noti alla cronaca come le morti di Federico Aldrovandi e di Riccardo Magherini ad inserirsi entro uno schema di comportamenti accompagnati da un immotivato abuso della forza fisica da parte delle Forze dell’Ordine, fino ad un esito letale che rappresenta “il fuori controllo”, ben probabile a verificarsi, di questo stesso schema violento. Vi rientrano anche le vicende tragiche del G8 di Genova, perché frutto di una pratica repressiva che è volta a considerare pericoloso e da neutralizzare il diverso, il tossicodipendente, quello che ha certi stili di vita (si ricordi la crociata anti -rave sempre in nome di ordine e sicurezza) e infine l’oppositore politico e sociale. Adesso quest’ultimo, come constatiamo, non è il già etichettato contestatore-attivista, ma pure l’imberbe ragazzino o la ragazzina adolescente, secondo una preoccupante anticipazione della soglia della pericolosità presunta, riferita all’età quanto alla condotta. È il soggetto a ritenersi pericoloso in sé, non ciò che farà e se e quando lo farà. Perciò, proprio com’è avvenuto nei fatti di Pisa, va bloccato e represso, e per questo la forza -qualsiasi forza - si ritiene giustificata.
Tuttavia, a parte il richiamo all’episodio Diaz, che riesce quasi scontato, c’è un altro contesto nel quale purtroppo la polizia ha dato prova di un uso muscolare e violento della forza a danno dell’inermità e integrità fisica altrui, che invece andrebbero rispettate, e questo sull’etichetta della pericolosità e del “male” che l’individuo oggetto della risposta violenta dell’istituzione si assume rappresenti per la società. Questo contesto è quello del carcere.
Alcune carceri sono state infatti teatro di aggressioni e brutalità contro detenuti, a dispetto del buon lavoro che vorremmo a ragione si attribuisca a tanti agenti. Aggressioni e violenze contro detenuti scivolate anche sul confine della tortura. Un reato, ricordiamolo, introdotto nel nostro ordinamento solo nel 2017 e di cui è attuale la volontà di una parte politica di abolirlo. Con questo contesto del carcere alcune analogie cui si prestano gli episodi dei pestaggi di Pisa non sembrano fuori luogo. Spieghiamo perché. In diverse occasioni in cui nelle carceri la violenza degli agenti è tracimata e la funzione securitaria è tramutata in abuso, la lettura della situazione da parte della polizia era stata che occorreva “dare una giusta lezione” a dei ribelli. Condotte di accanimento paiono riconducibili alla cultura di base che gli agenti hanno, al clima imposto ai vertici, al loro voler dare dimostrazione ai superiori di una prova di forza, all’interno di una costruzione di odio verso un nemico. La storia è quella, per esempio, dei pestaggi commessi nel carcere di San Sebastiano a Sassari nel 2000, o a Santa Maria Capua Vetere nel 2020. Anche lì si parlò, e lo disse il Presidente del Consiglio Mario Draghi, di fallimento dello Stato.
Inchieste sono tuttora in corso per detenuti picchiati ad Ivrea. Quanti altri pestaggi, nelle carceri che di vetro non sono, non sapremo mai. Ecco, viene da pensare che i ragazzi di Pisa sono stati visti non come pacifici manifestanti, come realmente erano, ma come sicuri rivoltosi. Soggetti pericolosi che occorreva zittire con le botte perché non dessero più fastidio e imparassero la disciplina. E il tutto doveva servire ad intimidire anche altri.
Durante “Il viaggio nelle carceri” in cui i giudici della Corte Costituzionale (per la prima volta nella storia della Repubblica) hanno visitato nel 2018 sette istituti da nord a sud dell’Italia, una detenuta aveva detto ai giudici che la Costituzione era uno “scudo” che lei non pensava prima di avere. Dovremo anche noi, e non solo come ha inteso il Presidente Mattarella richiamando le garanzie di libertà e anche lui usando la parola” fallimento” per le violenze di Pisa, opporre questo scudo ai manganelli facili di oggi, se non vogliamo che i nostri ragazzi siano trattati da detenuti e le strade diventino come le prigioni. Come quelle dei peggiori regimi autoritari o delle peggiori cronache delle carceri del nostro paese.