L’ambito del processo penale non esaurisce, ovviamente, il dibattito sulla strategia da adottare per prevenire un fenomeno drammatico come il suicidio in carcere (e il suicidio in generale). Per quanto riguarda l’assoluzione dello psichiatra del carcere di Ravenna per il suicidio di Giuseppe Defilippo avvenuto nel 2019 pur non conoscendo le motivazioni della sentenza, raccogliamo l’invito della madre di Giuseppe Defilippo secondo la quale “molte coscienze dovrebbero interrogarsi” e riteniamo significativo che la sentenza di assoluzione abbia generato chiavi di lettura non unanimi. Se questo è ovvio nel contrasto tra accusa e difesa, non è affatto scontato quando riguarda la divergenza l'orientamento del PM e del giudice.
Ci sarà un giudizio di appello? Ci sarà un procedimento in sede civile? Pur senza alcuna intenzione di interferire, nel massimo rispetto del lutto dei familiari, noi speriamo di sì.
La prevenzione del suicidio necessita di un impegno ben maggiore rispetto a quello insufficiente e talvolta aleatorio a cui assistiamo nei fatti. I numeri – che non sono cifre, ma persone – sono terribili. La prevenzione non può fare affidamento solo sull'azione e sulla capacità predittiva del singolo operatore della sanità penitenziaria. Deve contare su un approccio sistemico che elimini alla fonte le pulsioni suicidogene, superando la logica puramente custodialistica associata alla prescrizione di psicofarmaci, i cui effetti collaterali troppo spesso superano i benefici (ammesso che ve ne siano). Occorre azzerare il sentimento di solitudine e quella che la letteratura psichiatrica definisce helplessness: la percezione di trovarsi in un vicolo cieco senza alcuna possibilità di aiuto.
La gestione puramente custodiale, tuttavia, soffoca alla radice le prassi che potrebbero rompere l'isolamento e la disperazione. I segnali di una realtà isolata, priva di osmosi tra interno ed esterno, sono quotidiani e lampanti. Le carceri sembrano circondate da fossati popolati da metaforici ma feroci pesci carnivori; sono cisti impenetrabili, regolate da barriere burocratiche capaci di far saltare i nervi a chiunque.
Il carcere di Parma (con il consenso della Regione Emilia-Romagna), ad esempio, ha introdotto una sorta di “tassa sul buon samaritano” a carico del medico che entra in istituto come volontario per visitare un proprio paziente. Ha persino preteso un contratto di comodato per l'uso dell'ambulatorio. In generale, il medico di fiducia incontra ostacoli burocratici enormi anche solo per accedere alla documentazione sanitaria del proprio assistito. Nell'era della telemedicina, poi, se un medico, uno psicologo o uno psicoterapeuta chiede di svolgere colloqui da remoto – magari frequenti o settimanali – per evitare centinaia di chilometri di viaggio, l'impresa diventa sovrumana.
Si vuole continuare a negare la linea telefonica nelle celle? È la battaglia sostenuta con decisione da un cappellano del carcere di Sollicciano, alla quale il DAP e il Ministero non hanno risposto picche: semplicemente non hanno risposto affatto. La situazione è evidente: il carcere non ce la fa, ma impedisce a chi potrebbe farlo di costruire un “patto antisuicidio”, secondo le linee guida del Centro per la prevenzione del suicidio di Los Angeles. Vi è una presunzione di autosufficienza drammaticamente smentita dai fatti, unita a una trasparenza pari a zero.
In questo capitolo dell'opacità si inserisce anche l’ostinato rifiuto dell’Ausl Romagna. Interpellata più volte, non solo nega l’accesso ai rapporti semestrali sulle carceri ma, in perfetto stile penitenziario, ignora le richieste. Lo stesso silenzio totale avvolge il tema delle bombolette di gas, il secondo strumento di suicidio più diffuso in Italia. Nonostante l'elevatissimo rischio, si preferisce tacere. Le motivazioni di questa esposizione a un pericolo che può essere evitato sono fin troppo evidenti e affondano nell'incuria e nel disconoscimento dei diritti umani dei detenuti.
Molti anni fa, visitando un Opg (oggi superati dalle Rems), non riuscii a far recapitare a un paziente il romanzo di uno scrittore russo che lui amava molto. Il motivo? La copertina era di cartone rigido. Lo abbiamo già detto: il custodialismo non è la strada maestra per prevenire il suicidio, ne è solo l'ultima spiaggia. Ma quando fallisce persino la strategia custodiale, significa che il sistema si è deteriorato profondamente. Se Michel Foucault descriveva il sistema carcerario come fondato sulla prassi del “sorvegliare e punire”, oggi è scomparso persino il “sorvegliare”. È rimasto, purtroppo, soltanto il “punire” (come accaduto, anni fa, in una cella della Questura di Bologna).
Vito Totire, psichiatra, centro F.Lorusso , coanimatore (con tanti altri/e) del gruppo di auto-aiuto “Per non morire di carcere”