Un pensiero per Marco

21 Dec 2025 Marcello Maria Pesarini

Vivo a meno di un chilometro da un mio amico che non conosco, ho visto solo in collegamento per piattaforma web. La piattaforma è un nome che mi ricorda l’adolescenza a Pesaro, perché la piattaforma era una tavola di plastica bianca e rossa ancorata al fondo del mare quand'esso era profondità, penso, di 2 metri, dalla quale i più fighi e coraggiosi di noi adolescenti andavano a fare i tuffi in acqua salata.
Quel ragazzo dallo sguardo ironico e triste, con quell'aria disincantata che hanno gli emiliani, disse un giorno in riunione che aveva capito perché quando nel carcere dove era alloggiato lui si sentiva che sarebbe arrivata in visita Ilaria Cucchi, anzi che era venuta perché lei fa le sorprese, i blitz, per evitare che i direttori nascondessero la polvere sotto il tappeto, si creava sempre un grande trambusto.
Era a Parma allora, ma forse era stato anche a Verona o la conosceva. Io ho aderito alla Rete Morire di carcere su proposta di Vito Totire, che mi aveva contattato per il G7 della sanità in Ancona. Lui aveva capito soprattutto che io ero rimasto sbalestrato dal suicidio di Matteo Concetti, dalla sofferenza della madre, ma soprattutto dall'indifferenza e della supponenza di tanti addetti ai lavori.
A me manca la famiglia, mi è sempre mancata, e qui ne ho trovata un po', con le baruffe e i disaccordi come si deve. Ma a quest'età devi ammettere che se sei finito in questa famiglia allora vuol dire che è il posto tuo.
Marco ha sempre raccontato le sue sofferenze con quell'ironia di cui sopra. Basterebbe parlare della gastroplastica verticale per obesità patologica, del successivo by pass gastrico per sviluppo di Dumping Syndrome e disfagia.
L'aspetto è quello di molti detenuti, che o dimagriscono moltissimo, oppure sviluppano obesità senza trattenere nitrati, vitamine, grassi. Per cui sono deboli, hanno pressione bassissima o altissima. Ne so qualcosa di medicina per via di mio padre e mia madre, morti per cumulo di disfunzioni, e mio fratello andatosene il 5 gennaio per diabete giovanile dopo avere perso quasi 20 chilogrammi e la lucidità a intermittenza fino alla fine. In galera ti fanno stare male non solo perché le cure arrivano tardi e male, ma perché sono ritenute spesso una concessione. Gli agenti possono scegliere se condividere la vita sospesa o dare spazio alla guerra fra poveri, diseredati.
Vorrei che queste parole arrivassero al più presto a Marco, a sua sorella, a sua madre. Ora che ho letto che ha 48 anni mi sono meravigliato perché non li dimostra.
Quando ho saputo in piattaforma che era stato trasferito in Ancona e che era costretto ad aspettare 12 ore per farsi cambiare il catetere, perché sia in carcere che in ospedale lo ritenevano delicato da maneggiare,
ho cominciato a spazientirmi. Poi mi sono permesso, col beneplacito di Vito, medico, di informarmi con i dipendenti sindacalizzati dell'ospedale sulla fattibilità di una concessione di arresti domiciliari. Anche qui si è parlato di “hard to handle”. Dietro questa difesa si riparano spesso medici, dirigenti, magistrati di sorveglianza.
Mi dicono, mi dite, che c’è una relazione medica dal carcere di Montacuto che sarebbe oro che riluce per farlo uscire. Intanto, col mio fiuto da segugio, conosco una giovane giornalista del Corriere Adriatico che si dice disponibile a scrivere di Marco. Vito viene in Ancona, non ha tempo di vedermi ma incontra e consola Marco e la avvocata. Torna a Bologna e lavora come un matto per scrivere un ulteriore documento.
Mentre si va di parere negativo in parere negativo, trovo il coraggio, pur conoscendo i miei problemi psicologici e i disturbi che disturbano mia moglie, come se ce ne fosse bisogno, e chiedo a Katia se potrei andare a trovare Marco. Mi dicono di sì che mi ha trovato anche simpatico.
“Ma dove, dico io, che sono spesso polemico e insoddisfatto anche con me?”. Domanda di Marco per me come volontario amico, domanda di Katia sempre per me. Mi sono dimenticato di dire che, senza la bravissima avvocata e senza un volontario della Caritas che visita frequentemente Marco saremmo ancora più tristi. Poi, durante le infinite peregrinazioni all'Ospedale di Torrette con Nicoletta, mia moglie, un giorno andiamo ad urologia e, terminata la visita, provo a chiedere se il reparto è sotto organico. La risposta è naturalmente positiva. “Coraggio, chiedilo”.
Lo faccio: “Allora voi siete far quei dottori che devono recarsi tutti i giorni a Montacuto a cambiare il catetere a un detenuto. Io lo conosco. Sono in una rete di auto aiuto per familiari di detenuti. I due medici confermano, e affermano che sperano si risolva. Non sono tutti così freddi. Ma il tempo passa. Non è un trasferimento vicino casa come quand'ero soldato, eppure mi avrebbe fatto comodo davvero. È più importante, molto davvero. Come si fa ad esercitare il potere in questo modo? È pericoloso un uomo in queste condizioni?
Due giorni fa dovevo parlare con la mia psicologa, spesso fuori sede, perché piove sul bagnato e i guai li combino anch'io. Parto da casa e vado in campagna, su un colle che dista meno di un chilometro da me, mi fermo davanti a quel casermone che è la casa circondariale e faccio la seduta da lì, vicino a Marco. Più di così per ora non ho potuto.