2025: 80 morti evitabili, prevedibili. E ignorate

01 Jan 2026 Francesco Lo Piccolo

Nel corso dell’anno appena passato, tra il primo gennaio e il 31 dicembre, sono state 80 le persone trovate morte in carcere: gran parte si sono impiccate alle sbarre delle celle, altre invece hanno usato le bombolette del gas. Settantacinque uomini e cinque donne, 19 avevano meno di 30 anni. Uno di questi aveva appena 17 anni: il suo nome è Danilo Rihai, tunisino, una storia di immigrazione, di centri di accoglienza, di emarginazione: la sua vita è finita nel carcere minorile di Treviso a metà agosto, dopo una folle giornata fatta di tentate rapine e aggressioni. Anche lui è stato trovato impiccato.
E impiccato è stato trovato alla fine del 2025, il 29 dicembre, Christian Guercio, 35 anni, elettricista, una passione sfrenata per la musica, tossicodipendente. Era stato arrestato tre giorni prima: quando il gip ha convalidato l’arresto disponendo che restasse in carcere, Christian si è appeso usando il lenzuolo come cappio.
Ottanta persone tutte vittime del sistema carcere; tre sono morte a Modena, ancora tre nel carcere di Verona e negli istituti di Milano e Cagliari. Quattro invece a Rebibbia… Ottanta persone in 365 giorni, circa uno ogni quattro giorni. Furono 91 i morti trovati impiccati o asfissiati dal gas nel 2024, 68 nel 2023, 85 nel 2022, 59 nel 2021... Morti di solitudine, paura, angoscia, rimorsi anche. Persone rimaste senza più speranze. Morti di galera e di riforme annunciate e negate. Morti evitabili, prevedibili. E ignorate.
Per tutti le solite parole: suicidi si trova scritto nelle pagine dei giornali, vittime di storie personali sbagliate ripetono governanti e politici.  Rarissime le espressioni di scusa e un richiamo alla responsabilità del sistema carcere e all’invivibilità delle strutture che anno dopo anno pur in assenza di un aumento dei reati (1.140.825 quelli denunciati nel primo semestre del 2025 contro i 1.199.072 dello stesso periodo del 2024) sono state riempite all’inverosimile (64 mila persone in spazi per 45 mila) con letti a castello e materassi per terra, ricavando celle in stanze dei colloqui, senza riscaldamento (come a Siracusa e in tante altre parti), senza acqua calda, con i materassi infestati da cimici e pidocchi. 
Abbandonati all’inferno e sottoposti a una incessante degradazione morale fino alla spoliazione dell’identità come ad esempio il divieto da parte di certe direzioni delle carceri di pubblicare poesie o articoli firmati con nome e cognome. Fatti e prassi in uso nel carcere di Fossombrone dove si realizza Mondo a quadretti, nel carcere di Lodi dove si scrive Altre storie, nel carcere di Ivrea dove c’è il giornale L’alba, nel carcere di Rebibbia NC. Reparto G8 che pubblica sul quotidiano Il tempo il giornale Visto da dentro. O anche a Lecce dove alcune volontarie hanno realizzato con le donne detenute il volume “Libere di scrivere” pubblicato da Edizioni Esperidi: quaranta tra poesie e testi di prosa rigorosamente anonimi, lettere di mamme ai loro figli alle quali è stato proibito dalla direzione del carcere di apparire con nome e cognome. 

Abbandonati all’inferno e lasciati senza alcuna cura. Oltre agli ottanta che hanno posto fine alla loro vita con un cappio al collo o annusando gas, sono state 161 le persone che nel corso dell’anno appena passato sono morte in carcere per cause da accertare, e tra queste persone molti anziani malati da tempo, affetti da tumori, cardiopatie... Vittime di un sistema carcere che ti fa convivere con il dolore, la sofferenza, il sangue. E ancora, sono stati migliaia gli episodi di autolesionismo con il ricorso in ospedale di persone che si erano tagliate, che avevano inghiottito lamette da barba, pile, chiodi.
Ecco il carcere di oggi, di ieri, di sempre. E dove accadono cose inimmaginabili… una delle tante scene di carcere, emblema di quello che accade negli istituti lo ha raccontato il cappellano di Busto Arsizio don David Maria Riboldi nel numero 44 di Voci di dentro, settembre 2022. Le sue parole: “…una persona, giudicata dagli specialisti semplicemente non istruita, in un momento di rabbia con un assistente di polizia, si è mutilato un orecchio, scagliandoglielo addosso. Corsa all’ospedale e, mentre era all’ospedale, gli è venuto in infarto. Tornato in istituto, qualche giorno dopo in un altro momento di rabbia si è mutilato l’altro orecchio. Questa volta, inghiottendolo...”.
Eccolo il carcere 2025, eccolo il carcere, questa grande illusione e che è invece scena del crimine, attore e contenitore del delitto. Forse anche inutile speranza. “C’era una volta un Ordinamento penitenziario che dava delle speranze di permessi di uscita, di misure alternative - scriveva nel 2009 Alessandro Margara, magistrato di Sorveglianza e capo del Dap  tra il 1997 e il 1999 - ma anche questi spazi si sono sempre più ristretti per leggi forcaiole e per magistrati condizionati dal clima sociale che le produce. E le speranze si sono trasformate in delusioni”.

Soprattutto si sono traformate  nella morte di migliaia di persone.