Al Pilastro: polizia e 118 con gli occhi e la coscienza bendati

20 Jul 2026 Vito Totire

Ancora una volta ci troviamo a piangere una morte che si doveva e si poteva evitare. Le cronache riferiscono di un uomo di 42 anni in "stato di agitazione". Si tratta di una definizione decisamente generica, soprattutto se si considera che, secondo attendibili studi scientifici, quando la temperatura ambientale supera i 26 gradi le capacità cognitive di ognuno di noi vanno in crisi. In ogni caso, uno "stato di agitazione" evoca la necessità di un intervento sanitario e non di un’operazione di ordine pubblico.
Come è già stato sottolineato nei primi commenti a questo grave lutto, un intervento sanitario viene gestito con tecniche a basso impatto sulla salute della persona o, se correttamente condotto, si risolve a favore della salute della persona stessa. Esistono infatti precise linee guida regionali che indicano come intervenire senza danni sia per il soggetto in crisi, sia per gli operatori stessi. Se l’approccio non è questo, ma si declina invece nell'uso della "forza" — a prescindere dal livello esercitato e dallo stato di salute psicofisica del soggetto prima e durante l’intervento — la morte diventa un evento tutt’altro che imprevedibile.
Al Pilastro, pur non essendo stata usata la pistola taser, lo scenario è analogo a quello generato dagli impulsi elettrici. Il livello di forza e i metodi utilizzati non possono mai prescindere dalla condizione di vulnerabilità della persona sottoposta a fermo. Certamente esiste un livello di forza capace di uccidere chiunque, persino un soggetto di cosiddetta "sana e robusta costituzione"; una condizione che peraltro Abderrahim non presentava, in base a quanto riferito dai familiari. Di conseguenza, la cosiddetta "asfissia posizionale" può essere letale per tutti, ma per alcuni soggetti è statisticamente più probabile che si verifichi.
Pur nel momento del lutto e della disperazione dei familiari e di quanti conoscevano Abderrahim — che è stato anche un militante del sindacato Si.Cobas, una delle sigle di base più tenacemente impegnate nel contrastare il lavoro schiavistico — occorre ragionare sui fatti concretamente accaduti.
Purtroppo, la morte di Abderrahim non è un fulmine a ciel sereno. È la diretta conseguenza della volontà politica di non considerare in alcun modo la questione dell’uso della forza; un uso della forza che reifica il fattore umano a favore di una apparente "pace sociale" da preservare a tutti i costi. È lo stesso meccanismo che osserviamo per gli omicidi sul lavoro: il profitto costi quel che costi.
In memoria di Abderrahim Fakir dobbiamo costruire un movimento che funga da barricata contro l’uso della forza, un tema su cui le "istituzioni totali" e repressive dello Stato non hanno alcuna intenzione di ragionare. Gli esempi in questo senso sono fin troppo evidenti e frequenti, anche limitando lo sguardo alla sola città di Bologna. Lo Stato non ha mai accennato a una riflessione autocritica e non ha mai riconosciuto alcun "eccesso", persino di fronte a situazioni eclatanti:
•    Aprile 2024: Le forze dell’ordine utilizzano taser e spray al peperoncino contro un attivista ecologista che si sta allontanando da un cantiere aperto per cementificare un'area verde. Nei giorni precedenti, un rappresentante delle forze dell’ordine era intervenuto con un’arma da fuoco infilata dietro la cintura: un messaggio molto chiaro. Si è trattato di un'overdose di forza contro una lotta che si è dimostrata poi vincente e giusta, poiché ha risparmiato alla città la devastazione di un parco.
•    31 dicembre 2024: A Villa Verucchio (Rimini), un giovane muore dopo essere stato colpito da numerosi colpi di pistola. La Procura di Rimini non ha ritenuto di rilevare una sproporzione nell’uso della forza. Un esponente della destra ha avallato esplicitamente le onorificenze concesse al carabiniere da Meloni e Crosetto, affermando con un lapsus molto significativo che "il carabiniere ha difeso degli italiani". In quella circostanza abbiamo ribadito che il problema principale non era tanto la condotta individuale del singolo militare, quanto l’assenza totale di attenzione da parte dell’Arma (così come della Polizia di Stato), ovvero l’omissione di una preventiva valutazione del rischio e della proporzione tra i mezzi usati e gli effetti materiali e psicologici subiti dalle vittime.
•    2025: In via Marconi, una persona presumibilmente in stato di agitazione viene investita da spray al peperoncino, accusando rilevanti effetti collaterali. Un passante, in un gesto da buon samaritano, fornisce alle forze dell’ordine dell'acqua da spargere sugli occhi e sul viso della persona colpita. Le forze dell’ordine non avevano pensato nemmeno all'opportunità di mitigare l’impatto della capsaicina?
•    2025: Sia in occasione di una manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese, sia durante la contestazione al Pilastro contro il progetto del "museo dei bambini", le forze dell’ordine hanno lanciato candelotti lacrimogeni (sui cui effetti acuti a breve, medio e lungo termine ci sarebbe molto da discutere). Nel caso della manifestazione per la Palestina, una giovane attivista ha perso un occhio; un evento analogo è accaduto a Torino, dove un candelotto ha colpito un tifoso provocandone il ricovero in rianimazione.
Di fronte a questi episodi ci siamo chiesti — seppur con una domanda retorica — se le forze dell’ordine siano in grado, o meglio, abbiano l'intenzione di effettuare una reale "valutazione del rischio". Magari redigendo un DVR (Documento di Valutazione dei Rischi) come qualunque azienda italiana è obbligata a fare per legge. Vogliamo continuare a indulgere sulla retorica del comune "errore umano" del singolo poliziotto, o vogliamo pretendere una gestione seria dell’impatto sanitario che impedisca a chiunque di lanciare candelotti ad altezza d'uomo? Basterebbe prendere spunto dalle normative sulla prevenzione degli incidenti sul lavoro.
Non dobbiamo nascondere le difficoltà che abbiamo di fronte. La recente decisione del Sindaco e del Consiglio Comunale di Milano (pur al netto del significativo e coraggioso dissenso di numerosi consiglieri) di sdoganare la pistola taser e darla in dotazione alla Polizia Locale dimostra chiaramente che il percorso di de-escalation nell’uso e abuso della forza trova ostacoli che non appartengono solo al ceto politico di centro-destra.
Tornando al caso specifico di Abderrahim:
•    Se una persona si trova in un cosiddetto stato di agitazione, deve intervenire personale sanitario dotato di empatia e capacità comunicative; doti che, per usare un eufemismo, non sono peculiari delle forze dell’ordine.
•    Il personale sanitario è decisamente più idoneo della polizia — per formazione, cultura e prassi quotidiana — a percepire i sintomi e la soggettività della persona. La sorella di Abderrahim ha riferito di rilevanti problemi sanitari che lo rendevano vulnerabile sia all'azione della capsaicina (il peperoncino), sia al rischio di asfissia posizionale (un pericolo per chiunque, ma esponenzialmente maggiore nelle sue condizioni cliniche).
•    La famiglia ha quindi evidenziato due problematiche cliniche che controindicavano assolutamente sia l’uso dello spray, sia l’adozione di metodi fisici ad elevata costrittività. Nonostante ciò, qualcuno proverà a insinuare l’ipotesi di un decesso imprevedibile?
•    È accettabile continuare manovre altamente costrittive nei confronti di una persona che urla "aiuto" e "basta"? Vogliamo davvero accettare che la percezione della soggettività debba essere annullata in ossequio a un astratto e disumano principio di ordine pubblico?
Oggi, in memoria di Fakir, dobbiamo sforzarci di costruire un movimento politico e culturale contro l’uso della forza che eviti però adesioni opportunistiche e di circostanza (come quelle drammaticamente viste a Milano sul tema del taser).
Esprimiamo un abbraccio sentito ai familiari, agli amici, ai compagni di Abderrahim e al sindacato Si.Cobas, oltre a tutti coloro che combattono quotidianamente contro lo schiavismo, il razzismo e le discriminazioni di ogni sorta. Purtroppo, una nuova lapide insanguinata si aggiunge alla storia del Pilastro; ma con la sua storia di emarginazione e di discriminazioni subite, questo rimane un quartiere di uomini e donne che continueranno a lottare per la giustizia e per un mondo migliore.
Abderrahim, sarà impossibile dimenticarti.