
Voci di dentro è il nome di questo giornale, che ha l’ambizione di portare fuori il racconto del mondo di dentro. Quello che scorre dietro le sbarre e i muri di cemento nell’indifferenza dei più.
Ma le voci di dentro sono sempre più flebili di questi tempi, un po’ per il caldo insopportabile nelle celle affollate oltre ogni limite, anche oltre quei tre metri quadri a testa che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha indicato come soglia minima al di sotto della quale c’è una forte presunzione di trattamento inumano e degradante (vietato dall’articolo 3 della Convenzione europea insieme alla tortura). È lo stesso Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria a registrare queste situazioni. Al 31 luglio dieci persone detenute vivevano in uno spazio vitale inferiore ai tre mq. Molte di più quelle tra i tre e i quattro mq: 15.314. Bastano 5 cmq in più per superare la fatidica soglia segnata in rosso dal Dap e rientrare così nella “normalità” dell’anormale sovraffollamento, arrivato a una media del 134, 29%, ma che nella Puglia supera il 170%: in altre parole, ogni cento posti ci sono settanta persone in più.
Al caldo, si unisce la rarefazione delle attività, complice il personale in ferie, i volontari in vacanza, le scuole chiuse, i progetti fermi. E questo vuol dire che in quelle celle, in cui i posti sono calcolati in base alle brande (o ai materassi) spesso impilate una sopra l’altra perché i letti a castello diventano a tre se non quattro piani, in quelle celle si sta chiusi per quasi tutto il giorno, sdraiati o a turno in piedi, con il caldo e l’afa che rendono irrespirabile quel poco di aria che entra dalle sbarre e dove anche parlare costa fatica.
Ma non è solo il caldo ad attutire le voci di dentro. Contribuisce anche l’introduzione del nuovo reato di Rivolta all’interno di un istituto penitenziario che punisce con la reclusione da 1 a 5 anni chiunque partecipi a una sommossa all’interno di un carcere mediante atti di violenza, minaccia o resistenza agli ordini delle autorità, o anche solo condotte di resistenza passiva. Un modo per mettere a tacere le proteste anche civili che nascono dietro le sbarre. Ogni manifestazione di dissenso non violenta, anche se espressa attraverso uno sciopero della fame o del vitto, una battitura delle sbarre e dei blindo è vietata.
Ma nel rumore continuo dei cancelli che sbattono e delle urla che accompagnano i giorni e le notti, in carcere a volte parlare non serve. Occorre trovare un modo per farsi sentire. Per questo si ricorre a forme collettive, che dal mese di giugno sono diventate un reato.
Negli anni ’80 gli scioperi della fame e le proteste pacifiche erano il segnale di un clima positivamente cambiato negli Istituti. Non più rivolte violente, ma proteste pacifiche. Oggi anche queste sono represse, anche la resistenza passiva è considerata un atto illegale da punire con altro carcere. Un modo evidente per limitare l’espressione della legittima protesta e del libero pensiero.
Dunque, alzare la voce in carcere è diventato più pericoloso. Così come nei Centri di permanenza per il rimpatrio, dato che il reato di rivolta è stato esteso anche alle strutture per il trattenimento per migranti. Da lì, fare uscire la propria voce è ancora più difficile. Non ci sono insegnanti, psicologi, volontari e i medici dipendono dalle cooperative che gestiscono i Centri e, quindi difficilmente si mettono contro il proprio datore di lavoro.
Nel 2020, nel presentare al Parlamento la Relazione annuale del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale avevo definito i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) dei «luoghi vuoti e sordi: vuoti perché privi di tutto, dagli arredi, spesso delle semplici sporgenze in muratura, a qualsiasi attività proposta; sordi perché isolati anche dalla società civile organizzata, presente invece in luoghi per definizione chiusi e separati come le carceri».
Oggi possiamo dire che i Cpr rischiano di divenire anche muti, non potendo fare sentire la loro voce oltre il muro che li separa dal mondo degli inclusi, neanche un grido di dolore o di rabbia. Con i loro corpi nascosti allo sguardo e le loro voci smorzate all’udito, le persone rischiano di svanire, dissolversi, sfumare e diventare niente.
Ma non basta. Un freno è arrivato anche a una serie di redazioni dei giornali di carcere, quelle stesse redazioni che il Ministero della giustizia nel suo sito istituzionale definisce «Un’importante attività risocializzante». Realtà che, spesso sotto la guida di giornalisti professionisti, operano negli istituti penitenziari da tempi più o meno lunghi. Spazi di riflessione, di lettura critica e di scrittura, contesti di formazione e di informazione che mettono in contatto il dentro con il fuori, che raccontano il mondo prigioniero con lo sguardo di chi quel mondo lo vive, ma in maniera professionale e corretta. Sono laboratori, che si propongono di promuovere una cultura di rispetto della legalità all’interno degli istituti di pena, di sensibilizzare il territorio sui valori della tolleranza, della solidarietà e della pace e di far maturare tra i detenuti la consapevolezza del proprio ruolo sociale e delle proprie risorse – come si legge nel documento programmatico della Federazione nazionale dell’informazione dal carcere e sul carcere che li raccoglie quasi tutti. Questa l’ambizione dei tanti giornali di carcere, che vanno avanti con i loro mezzi e con i finanziamenti che trovano.
Eppure, molte di queste esperienze si sono viste porre dei limiti e degli ostacoli, come divieti di firma, blocchi preventivi e sospensioni di autorizzazione all’ingresso per alcuni volontari che da anni garantivano un lavoro nelle redazioni. Comportamenti che hanno allarmato la Federazione dei giornali e lo stesso Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti che ha approvato un documento con il quale ha espresso preoccupazione per quanto denunciato e ha chiesto al Ministro della giustizia «di adottare gli opportuni interventi per garantire il pieno diritto alla libera informazione delle persone detenute che partecipano alle attività delle redazioni, coscienti anche della finalità rieducativa che le stesse svolgono in una prospettiva costituzionalmente orientata della pena».
Una presa di posizione importante a garanzia del diritto alla tutela della libera manifestazione del proprio pensiero e della libertà di stampa, affermato dall’articolo 21 della Costituzione. Il Consiglio nazionale continuerà a monitorare la situazione in stretto contatto con il Coordinamento dei giornali di carcere che, nel frattempo, ha avuto un incontro con il vicecapo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Massimo Parisi per un chiarimento: nessuna volontà di censurare – ha assicurato.
Infine, questo 2025 è segnato anche dal silenzio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. Con l’insediamento del nuovo Collegio nel 2024, il silenzio è calato sulle condizioni delle carceri e degli altri luoghi di privazione della libertà. Da quasi due anni, nonostante riferiscano di avere svolto oltre cento visite agli Istituti penitenziari, non vengono pubblicati i Rapporti e le Raccomandazioni. Nulla si sa sugli esiti dei controlli, su quanto è stato riscontrato, sugli interventi che chiedono all’Amministrazione. Solo ultimamente, dopo molte proteste di realtà del Terzo Settore, delle Camere penali, del mondo accademico e dei media sono usciti due brevi Rapporti su due visite in carcere e un Report con il quale comunicano il numero di visite effettuate in due anni e i chilometri percorsi (dato, quest’ultimo, del tutto irrilevante). Sono invece presenti due Rapporti del 2024 su due visite a Cpr. Nulla sui Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc), sulle Rems, sulle Rsa, sui posti di Polizia, sui monitoraggi dei voli di rimpatrio forzato. E siamo ancora in attesa delle Relazioni annuali al Parlamento: quella del 2024 è saltata nel silenzio generale e ancora non si hanno notizie di quella del 2025. Confidiamo nei prossimi quattro mesi perché il Garante nazionale la presenti, adempiendo così a un obbligo di legge.
Il silenzio dell’Istituzione di garanzia, nata come risposta alla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Torregiani per le condizioni inumani e degradanti delle carceri italiane, è una perdita per tutti. Occorre che l’Autorità garante torni a svolgere in maniera indipendente il proprio compito, illuminando luoghi bui e opachi come sono quelli della privazione della libertà. Occorre che il compito di visitare senza preavviso questi luoghi sia esercitato pienamente. Occorre che il Parlamento, le Istituzioni e la società civile siano messi in condizione di sapere cosa succede nelle carceri e nei Cpr, nelle Rems e negli Spdc, nelle strutture residenziali per persone anziane o con disabilità e nelle camere di sicurezza delle Forze di Polizia e in ogni altro contesto in cui persone siano private – de iure o de facto – della libertà. È necessario che siano pubblicati Rapporti dettagliati e completi sulle visite effettuate e che siano presentate e rese pubbliche le Relazioni annuali al Parlamento. Occorre che le Amministrazioni preposte alla gestione di tali luoghi trovino nel Garante nazionale un interlocutore competente e non compiacente, che lavori per innalzare gli standard di tutela dei diritti di chi vive in tali luoghi.
Il vuoto lasciato dal Garante nazionale è una perdita per tutti: per chi è privato della libertà, per le istituzioni, per la collettività, per la democrazia.