Cascina Spiotta e non solo: quando le condanne sono a vita

17 Jul 2026 Vincenzo Scalia Pietro Basoccu

(Vincenzo Scalia è docente di Sociologia della Devianza, Università di Firenze)

Fabrizio De Andrè, nella Ballata degli Impiccati, cantava che “il prezzo fu la vita/per il male commesso in un’ora”. Un verso che, fatte le debite proporzioni, si può applicare all’Italia odierna, in particolare in relazione ai fatti relativi alla lotta armata degli anni Settanta, che vedono coinvolti militanti di formazioni di sinistra. Se, a differenza degli impiccati di De Andrè, i protagonisti di quelle vicende non vengono soppressi fisicamente, non si può, dall’altro lato, notare come il prezzo che stanno pagando è una vera e propria “pena di vita”. Una formula che venne utilizzata in passato per definire l’ergastolo, ma che può funzionare anche per chi è libero e compì la scelta di militare in formazioni armate. In particolare, la pena di vita, si articola in tre direzioni: la prima è quella della stigmatizzazione individuale. La seconda è quella della damnatio memoriae, che riguarda tutto il periodo storico in oggetto. La terza dimensione, al contrario delle altre due, non è retroversa, bensì protesa in avanti, e riguarda i militanti presenti e gli eventuali attivisti futuri. Si tratta di andarle ad eviscerare tutte e tre e discuterle in profondità. 

Il processo tenutosi per i fatti della Cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, il 5 giugno 1975, quando i Carabinieri fecero irruzione per liberare l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, costituisce un esempio della prima direzione. Nel corso del blitz, si verificò una sparatoria, in cui rimasero vittime il brigadiere Giovanni D’Alfonso e Margherita “Mara” Cagol, una delle fondatrici delle BR. Malgrado una sentenza di prescrizione, poi persa tra i flutti dell’alluvione, la denuncia del figlio di D’Alfonso per accertare le dinamiche in modo più approfondito ha portato ad una riapertura del processo, conclusosi con la condanna a 6 anni di Lauro Azzolini, che ha ammesso di essere stato presente nel corso della sparatoria, e della prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti, ritenuti non colpevoli dell’omicidio del brigadiere.
Insomma, tanto tuonò che non piovve. O forse sì. Mario Moretti ha 80 anni, è in semilibertà, quindi continua a dormire in carcere. Renato Curcio ha qualche anno in più, è un uomo libero, padre di famiglia, editore, intellettuale. Che senso ha portare a processo due ottantenni per fatti avvenuti mezzo secolo fa, in un contesto politico e sociale diverso? Tanto più che non siamo di fronte a persone che non si sono mai proclamate innocenti. 
I due leader brigatisti hanno sempre rivendicato la loro scelta di militare in una formazione armata, e hanno pure proclamato, pubblicamente, nel 1987, la fine di questo tipo di lotta. Lo hanno fatto sul piano politico, non su quello penale. Arrivando a chiedere una soluzione politica per tutte le persone coinvolte, a vario titolo, in quella storia. Una posizione che stona con la lettura degli anni settanta che predomina, in particolare a livello di apparato statale, per quanto in modo contraddittorio. Da un lato, si insiste sul carattere criminale delle formazioni armate che operarono in Italia negli anni settanta, facendo riferimento alla violenza politica. Sicuramente, molte di quelle scelte, furono discutibili, ancorché sterili, a lungo termine, sul piano politico. Provocando lutti inutili, insensati, e lacerando ulteriormente la società italiana, la classe operaia e i movimenti sociali, in un periodo in cui non ce n’era bisogno. 

Dall’altro lato, l’utilizzo di legislazioni speciali, di carceri di massima sicurezza, di torture, di leggi premiali, evidenziano il fatto che la lotta armata non fu un fenomeno criminale. Quantomeno, non fu solamente quello. Fu un fenomeno politico, che coinvolse centinaia di migliaia di persone, tra regolari, irregolari, simpatizzanti. Un aspetto che Curcio, Moretti, insieme a migliaia di altri reduci di quella stagione, non smettono di ricordare e di rivendicare e ricordare. E di cui tutti, a vario titolo, siamo consapevoli. Anche lo Stato. Che però, sulle vicende della lotta armata, si costruì uno spazio di rilegittimazione che dura tutt’oggi. 
Quindi, chi ricorda il carattere politico della lotta armata e non sceglie la via di un pentimento che è, di solito, più giudiziario che esistenziale, spesso ispirato dai maltrattamenti o dalla paura di subirlo, continua ad essere considerato un delinquente. Ad essere messo al bando dalla società. Meritevole di essere messo sotto processo anche in età avanzata. La patina del delinquente non la grattano via né periodi lunghi di detenzione, magari in condizioni disumane, né l’ammissione delle proprie responsabilità, se declinate in senso politico. Anche per questo, nel corso del processo, non è stata fatta luce sulla morte di Mara Cagol, laddove le perizie presentate dalla difesa mostrino che la brigatista sia stata uccisa dopo che si era arresa. Era una delinquente, per la vulgata dominante. Quindi, indegna di giustizia. 
Un’impostazione autoritaria, che ha ispirato la cattura in Bolivia dell’ex-militante del PAC, oggi scrittore, Cesare Battisti. Che ispira l’accanimento del governo a volere richiedere l’estradizione dall’Argentina, dopo 47 anni, di Leonardo Bertulazzi. Che spinge il ministro degli esteri l’estradizione di un brigatista dal Nicaragua dopo 46 anni, senza curarsi del rischio di crisi diplomatiche. 

L’accanimento verso i reduci della stagione della lotta armata, tuttavia, non avrebbe senso se non si inserisse nel progetto collettivo della damnatio memoriae che iniziò negli anni ottanta, nel periodo del riflusso, e prosegue tuttora. Si parla di “anni di piombo”, usando impropriamente il titolo di un film di Margarethe Von Trotta, a sottolineare la centralità di quelle esperienze per definire in negativo il decennio compreso tra il 1970 e il 1979. Un’impostazione superficiale, o, se vogliamo, intellettualmente disonesta. Per due motivi. 
Gli anni settanta furono gli anni della chiusura dei manicomi, della riforma penitenziaria, dello statuto dei lavoratori, della scala mobile, dell’aborto e del divorzio legalizzati, della riforma del diritto di famiglia, della soggettività femminista, del decentramento, della valorizzazione dei servizi territoriali, della secolarizzazione. Anni di profondo rinnovamento, che impressero dinamismo alla società italiana. Non è casuale che la nascita dei populismi e la crescita di una destra parafascista siano direttamente proporzionali all’arretramento o alla messa in discussione di quei diritti, in particolare sul fronte del lavoro. Non si può ricordare che i processi di emancipazione sono il punto terminale di un ciclo di lotte, di mobilitazioni collettive.

In secondo luogo, se proprio si vuole associare gli anni settanta con la violenza politica, allora bisognerebbe parlare di anni di tritolo. Da Piazza Fontana (1969) a Bologna (1980), si fanno ancora i conti ancora oggi con eventi tragici, veri e propri crimini di Stato, che coinvolgono la destra eversiva e attori stranieri, di cui non si sa la verità, oppure si è alle prese con sentenze che ancora oggi non convincono. Eppure Franco Freda, che contesta lo Stato di diritto, si avvale del principio del ne bis in idem, che gli permette di fare l’editore e l’agitatore di estrema destra, e non gli fa dare conto del suo coinvolgimento in quegli eventi. Stefano Delle Chiaie e Giovanni Ventura sono morti nel loro letto. Delfo Zorzi fa l’imprenditore in Giappone, paese di cui è cittadino. Senza avere il coraggio di rientrare in Italia e comparire davanti a una corte. E di assumersi una responsabilità, anche minima, del suo essere stato militante di un’organizzazione di estrema destra come Ordine Nuovo, che si prefiggeva di rovesciare la Repubblica nata dalla Resistenza antifascista. La differenza tra questi figuri e gli imputati del processo alla cascina Spiotta, sotto questa luce, è evidente, e si richiama all’assunzione di responsabilità. 

La damnatio memoriae, tuttavia, non si limita al passato, ma si protende minacciosa verso il presente. Seguendo una scia minacciosa che ha avuto origine già a Genova nel 2001, ogni volta che i fermenti sociali denotano segni di radicalizzazione, si adotta la strategia della repressione di piazza e della criminalizzazione attraverso il riferimento alle vicende degli anni settanta. Processi come quelli sulla cascina Spiotta, contengono un monito sinistro: chi prova a radicalizzarsi verrà criminalizzato, anche in modo improprio, e sottoposto a processi e condanne che varranno per una vita. Non soltanto sul piano penale, ma anche su quello politico e della memoria collettiva. Come uno di quei film dell’orrore in cui la realtà si sovrappone allo schermo. E’ ora di rompere lo schermo.