Di emergenza in emergenza, il Governo continua la rottura della solidarietà sociale e l’attacco ai principi della Costituzione nata all’indomani della vittoria sul nazifascismo. Il nuovo decreto sicurezza annunciato pochi giorni fa porta a compimento un processo contro chi non è omologato al pensiero “unico”, contro minorenni, attivisti, autori di reati comuni, stranieri, immigrati, “illegali”, poveri.
In una parola è il razzismo che continua a essere iniettato nella società dove si viene colpiti non più per aver commesso un reato, ma per quello che si è, in base alla propria condizione personale, alla propria identità e ciò in pieno contrasto con il principio di uguaglianza che esclude ogni forma di discriminazione (del resto già venuta meno con la legge n. 94 del 2009 che aveva introdotto il reato di ingresso clandestino).
Ecco dunque, dopo le misure contro i blocchi ed i picchetti contenuti nel precedente pacchetto, questo nuovo decreto sicurezza (che non ha nulla a che vedere con la sicurezza) che prevede, tra le altre cose, l’inasprimento delle pene senza rispettare il principio di proporzionalità mentre le carceri sono sempre più luoghi di abusi e di torture fisiche e psicologiche, e poi ancora l’allargamento delle zone rosse e del Daspo urbano, lo scudo penale per la polizia, il cosiddetto “fermo di prevenzione”.
Tutte misure indegne, pensate per costruire nemici e avviare una società criminogena fondata sul controllo. Perché solo a questo servono le ventilate perquisizioni straordinarie e i fermi di polizia fino a dodici ore, senza alcuna disposizione da parte dell’autorità giudiziaria, per coloro che sono sospettati di costituire pericolo, come avvenne negli anni del terrorismo e per un periodo limitato e ancora prima al tempo dell’Ovra nell’Italia fascista dal 1927 al 1943 e nella Repubblica Sociale Italiana dal 1943 al 1945.
Tutte misure volte a realizzare una società fondata sulla paura con la trasformazione dei cittadini in uomini fedeli, ciechi, obbedienti, sotto censura. Non è cosa da poco quanto accaduto qualche giorno fa quando si è venuto a sapere che il Dap aveva sospeso per sei mesi dal servizio e dallo stipendio un agente di polizia penitenziaria del carcere Lorusso e Cutugno di Torino per aver rilasciato un’intervista (col volto coperto e la voce alterata) apparsa sul Tg5 in cui denunciava le difficili condizioni di lavoro in carcere. Esecrabile poi che la direzione del Tg5 abbia dato al Dap il video originale dove appariva il volto dell’agente. Altro che libertà di parola e di informazione. Contro ogni regola deontologica. E verso un ulteriore passo nel controllo dei media e nella deresponsabilizzazione dei cittadini.
Di emergenza in emergenza, di decreto in decreto contro ogni regola democratica, verso la fine dello Stato costituzionale di diritto.