Per me, figlio di un partigiano – e in questo senso "avvantaggiato" rispetto a chi non condivide tale eredità – il 25 aprile non è mai stato una semplice ricorrenza. È una data storica e solenne, il simbolo di un'Italia che ha sconfitto il fascismo e il nazismo, che ha ripudiato la guerra facendosi paladina di pace, giustizia e uguaglianza. È una data che reputo sacra, al pari della nascita della Repubblica o della Costituzione.
Ci ho creduto. E ci credo ancora. Eppure, è una data che continua a essere macchiata. Ottantuno anni dopo quella resa firmata a Genova dai tedeschi davanti al comando partigiano, il 25 aprile di oggi è sfregiato da razzismo e xenofobia, da giustizialismo e securitarismo.
Mentre le solite retoriche mettono sullo stesso piano repubblichini e partigiani e la propaganda giornalistica prosegue indisturbata, in questo 25 aprile si è concretizzata l'erosione dei principi costituzionali e dei valori della Resistenza. L'antifascismo non è più un baluardo, ma un bersaglio: dei media mainstream, dei partiti di destra e dell'estrema destra. Ma la prova più evidente di questo attacco all’Italia democratica che sconfisse il nazifascismo avviene in Parlamento. In continuità, a dire il vero, con troppi governi precedenti, l'attuale esecutivo ha infatti approvato il quinto "decreto sicurezza" e il relativo decreto correttivo: tasselli, a mio avviso, di un disegno volto a esautorare il Parlamento per procedere spediti verso la cancellazione dello Stato di diritto. Senza più mascheramenti, si costruisce uno Stato di polizia fatto di Daspo e fogli di via, di zone rosse e celerini in assetto di guerra permanente. Uno Stato di sanzioni e pene aggravate per migranti e marginali, dove il potere - compreso quello giudiziario, sempre più addomesticato a colpire solo le classi deboli - è esercitato senza limiti o contrappesi.
Il tutto in un clima di conflitto interno perenne, con misure repressive contro chiunque osi contestare, anche pacificamente. Basta guardare ai fatti: dal fermo preventivo di polizia comunicato al solo pubblico ministero senza convalida del giudice ai limiti sempre più stringenti alla libertà di manifestazione; dall’uso di agenti della polizia penitenziaria infiltrati per indagare e istigare alla commissione di reati – tradendo lo spirito della riforma del '75 e le pur poche rifoprme successive che li voleva partecipi del trattamento rieducativo – fino alle limitazioni al gratuito patrocinio. Norme gravissime, da Stato autoritario e fascista. È “la continuità del male”, per parafrasare il titolo del libro che Tomaso Montanari ha appena dato alle stampe.
Nel 2014 uscì “I sonnambuli", opera dello storico Christopher Clark dedicata agli eventi che portarono alla Prima Guerra Mondiale. Sonnambuli, secondo Clark, furono re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali, insomma tutti coloro che avevano le leve del potere, tutti apparentemente vigili ma non in grado di vedere la catastrofe che si avvicinava.
Non so chi sarà lo storico che racconterà il nostro tempo, ma sono certo che non potrà più usare la parola "sonnambuli". Di fronte agli orrori di oggi, alle leggi che ostacolano i soccorsi in mare, ai CPR in Italia e in Albania dove si incarcerano persone senza alcuna colpa se non quella di provenire dal Sud del mondo; di fronte al genocidio compiuto a Gaza, all'uccisione di giornalisti palestinesi, ai bombardamenti di Stati sovrani, la parola "sonnambuli" risulterà del tutto inadeguata.
Penso che, di fronte a tanto orrore, si scriverà di un Occidente e di istituzioni IRRIGIDITE e INEBETITE. Si parlerà di uomini INTORPIDITI e NARCOTIZZATI.
Ma certo non tutti complici.
Per me, essere figlio di quella Resistenza, e pensando a mio padre e ai tanti che hanno fatto la giusta scelta, significa continuare ad avere gli occhi ben aperti, tutt’altro che intorpidito… per mio padre e per i figli di questo tempo.