Eric Salerno e il suo Fantasmi a Roma, ricordi e tormenti di un grande giornalista
09 Sep 2024 Francesco Lo PiccoloI libri di Eric Salerno sono tutti preziosi e li ho letti tutti. Ma questo Fantasmi a Roma edito da il Saggiatore è come una miniera d'oro o meglio è come un fiume nel quale luccicano migliaia di pepite d’oro costituite da frammenti e ricordi, articoli di giornale quando ancora c’erano i giornali, tasselli del passato e del presente, flash-back e appunti di un grande giornalista, anzi di un cronista come lui ama definirsi. Pagine dopo pagine, passi dopo passi, in lungo e in largo, avanti e indietro nel tempo e nella storia come nel gioco dell’oca, Eric Salerno ci guida per la Capitale lungo un fiume di strade, di cose e di persone incontrate e cercate durante il suo lavoro prima a Paese sera e poi al Messaggero. Un lavoro animato dalla passione per la conoscenza e dal piacere di raccontare la storia, “la vita degli altri”, seguendo le orme del padre Michele caposervizio a Paese sera negli anni ‘50 dopo essere stato costretto a lasciare gli Usa perché comunista e dove era emigrato dalla Calabria nel 1923. Davvero radici che hanno peso come quelle di sua madre Elizabeth Esbinsky, riparata a New York da Chojniki, cittadina tra la Bielorussia e l’Ucraina, in fuga da pogrom, lotte antisemite e guerre.
Grande conoscitore dell’Africa e del Medioriente, corrispondente da Israele per trent’anni, in queste 250 pagine di Fantasmi a Roma, Eric Salerno ripercorre gli inizi della sua vita quando a 16 anni frequenta la scuola media Ugo Foscolo, nel ghetto. In una foto lo si vede in prima fila tra ragazzi e ragazze di Trastevere: la lingua italiana la conosce appena un po’ ma farà presto a imparare: si firmerà A.M. Eric (Americano) negli articoli sulla filatelia e a 17 anni sarà “assunto” come volontario a Paese sera dove si farà le ossa con la cronaca nera e il giro degli ospedali…. Aveva 21 anni quando “battendo la concorrenza, quelli di Momento Sera e del Giornale d’Italia”, si infilò assieme al fotografo e all’autista nella città sotto la città, nei lunghi tunnel sotto il Policlinico e fingendosi un infermiere, indossando un camice preso a caso in un cestino, scoprì il corpo di Fred Buscaglione morto poco prima in un incidente con la sua Ford Thunderbird rosa in uno scontro con un camion all’incrocio tra via Paisiello e Largo Bonifacio Asioli. Ne aveva 23 di anni, e lo scopriamo nel primo capitolo del libro, quando per mettere alla prova i servizi di sicurezza vaticani - all’indomani di un attentato senza danni a San Pietro - entra indisturbato nella Basilica con un pacco sottobraccio, fac-simile di una possibile bomba. E così il giornale può sparare in prima pagina «San Pietro ore 12. Nonostante gendarmi e perquisizioni l’attentatore avrebbe potuto fare il bis!».
Parlare di Roma significa parlare di Trastevere, del mondo della movida che allora si chiamava Dolce Vita, del mondo del cinema e dei paparazzi, di Rino Barillari e di Tazio Secchiaroli. E di Via Veneto. Ed ecco in questo filone d’oro di immagini e ricordi, in questa vera google maps territoriale e sociale, brilla tra i tanti il racconto del compleanno della Contessina Olghina di Robillant al Rugantino, locale poco dopo la piazza intitolata a Gioacchino Belli con “Anita Ekberg scalza alle prese con un cha cha cha”. Ed ecco la danza del ventre della giovane attrice turca Aïché Nanà. Una scena mai vista: “Aïché si tolse le scarpe, poi l’abito, la sottoveste, il reggiseno”. “La notte turca di Roma” titolerà scandalizzato il settimanale Oggi. Ecco l'intervista a Hitchcock.
Infaticabile archivio vivente, Eric Salerno ricorda tutto: la famosa scena del bagno nella Fontana di Trevi di Anita Ekberg; le tappe culinarie, la pizza bianca e il prosciutto della salsamenteria dalle parti di San Giovanni; la trattoria in piazza dei Ricci, tovaglia di carta ruvida, vino alla spina, acqua di rubinetto in caraffa e dove ci si siede accanto a Moravia, Pasolini, Guttuso, Catherine Spaak.
E’ un’altra Roma quella che racconta Eric, la Roma dove c’erano le botteghe oli e vini e non i win bar, dove in Italia esistevano oltre cento testate e i giornalisti erano meno di cinquemila, mentre oggi le testate sono una quarantina e i giornalisti oltre centomila. E a Testaccio c’era la classe operaia. “Ogni volta che mi capita di arrivare fino a qui a ridosso di porta San Paolo, tra l’Aventino e San Saba - scrive Eric Salerno - ripenso agli eventi del luglio 60 e, e per una normale associazione di idee o meglio di memorie, alle brutali cariche delle forze dell’ordine…Il 6 luglio 1960 venne negata l’autorizzazione a una manifestazione in ricordo dei Martiri della Resistenza…. Porta San Paolo fu accerchiata da celerini e carabinieri e per la prima volta furono utilizzati i carabinieri a cavallo, guidati da Raimondo D’Inzeo”.
“il cinismo non mancava”, ammette Erica Salerno quando parla della “priorità di portare a casa la foto” del morto o di quella volta che venne immortalato con in braccio una bambina lasciata sola in casa dopo un omicidio domestico: “La vittima era un marito, la cui moglie era stata portata via dalla polizia. La piccola era stata lasciata sola in casa e io l’avevo portata in redazione informando poi i servizi sociali. Un gesto nobile? Si e no. Soltanto così potevamo garantirci l’esclusiva”.
Altro giornalismo certo, ma una cosa Eric Salerno precisa nel suo libro: “Eravamo meno vanesi”.
Ha davvero scritto di tutto Eric Salerno: di scandali della sanità con i medici di ospedale e azionisti di cliniche private, di archeologia, della Roma sotterranea, delle gallerie scavate al Prenestino e al Tuscolano, delle fungaie, di malavita, di spie internazionali, dell’attentato terrorista palestinese del 9 ottobre 1982 alla Sinagoga, della “mummia nel sarcofago” Mordechai Louk …
Eric Salerno, cronista con C maiuscola, di quelli che consumano le suole delle scarpe, che prima di scrivere devono vedere e che quello che si racconta va vissuto in prima persona. Soprattutto va capito. Come vanno capiti i grandi fatti, la tragedia dell’oggi, le guerre.
E nella seconda parte del libro, in poche righe Eric Salerno ci consegna il suo tormento: “Vidi Fausto Coen per l’ultima volta alla fine degli anni novanta. Il mitico direttore storico di Paese Sera, il mio direttore, mi salutò con calore e una frase da cui traspirava disperazione. “Eric, abbiamo sbagliato tutto. – esitai, cercai di capire a cosa si riferiva. Da anni ero fisso a Gerusalemme come inviato del Messaggero… – Noi ebrei eravamo intelligenti quando eravamo in Europa… Non dovevamo creare Israele”. Sentirlo – lui che aveva scritto una storia di Israele, che dirigeva Sorgenti di vita, un programma tv legato alle comunità ebraiche italiane che cercava di raccontare la storia degli ebrei di ieri e oggi – pronunciare quella frase … mi lasciò sbalordito. Oggi non lo sarei…. E penso a Israele, ai palestinesi, al Medio Oriente in fiamme, all’Ucraina e alle città e villaggi a pochi chilometri da dove in Bielorussia era nata mia madre. Ai sogni frantumati di molti popoli. Ai cicli della nostra civiltà, del nostro universo. La minaccia nucleare degli anni della mia gioventù nuovamente sulla bocca di tutti; speranze di pace e convivenza non solo a livello mondiale si sono allontanate”.