Fragilità scolastiche. Il compito degli adulti è insegnare a vivere

21 Apr 2024 Stefania Cavallo

Per lavoro e da molti anni, in qualità di insegnante, passo le mie giornate in prevalenza con adolescenti, giovani studentesse e studenti che incontro nella mia quotidianità. La mia attività è sia di coordinamento che di docente in una scuola privata di Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, in cui si svolge il cosiddetto “recupero anni” dei ragazzi delle superiori. Dietro ogni studente che arriva da noi c’è una storia di sofferenza, personale ma anche e soprattutto per le famiglie.
La collaborazione e comunicazione che come scuola teniamo ad avere con le famiglie è continuativa e costante, soprattutto per la responsabilità che sentiamo per questi ragazzi ai quali desideriamo offrire una ripartenza scolastica seria, reale e concreta. Nel nostro tipo di scuola, in base a questo approccio, il focus è sempre concentrato nel ricordare il contesto da cui provengono i nostri studenti: studenti con percorsi scolastici non lineari, sovente con diverse bocciature, con periodi lunghi di pausa scolastica, con scarsa scolarizzazione e più di recente anche con casi che presentano problemi seri di salute. C’è un malessere diffuso che riguarda i nostri giovani e oltre i dati statistici, seppur importanti, questo ci deve interrogare tutti. Spesso si tratta di studenti che trovano nella nostra scuola una svolta per la propria vita, perché riacquistano la motivazione a frequentare e, poi, anche a studiare, cosa non scontata.
Ragazze e ragazzi, adolescenti che arrivano da percorsi scolastici difficili, in cui spesso si sono sentiti dei “falliti”, senza più voglia di continuare nello studio e che raccontano di come alcuni professori li abbiano bloccati per troppa severità nel loro metro di giudizio, li abbiano terrorizzati e demotivati a tal punto da creare in loro la sconfitta di dirsi “non vale neppure più la pena rimediare”, perché percepivano un pregiudizio e una sorta di prevenzione nei loro confronti. Pregiudizio, prevenzione, svalutazione che li hanno portati a continue insufficienze, sino a ripetute bocciature, a continuare con enorme difficoltà emotiva e con ricadute devastanti sia sul piano familiare che sul piano della salute psicologica individuale, perché in stato di totale e scarsissima autostima personale, compreso l’apparire di diversi sintomi come insonnia, dimagrimento, pianti continui e, infine, l’abbandono della scuola.
Poi, ad un certo punto, per queste ragazze e questi ragazzi, magari già maggiorenni nel frattempo, ritorna il desiderio di riprendere in mano la propria vita. Spesso sollecitati dagli stessi genitori, seppur dopo un percorso di disperazione familiare sulla questione “studio e scuola” e su “quale scuola scegliere a questo punto?”, cercano di recuperare qualche anno perso. Così, in alcuni casi, grazie proprio all’incontro con professori che li comprendono, soprattutto sul piano umano, ossia comprendono la loro difficile e burrascosa storia personale-scolastica, ritornano a viversi come ragazze e ragazzi studiosi, di nuovo col desiderio di mettersi in discussione e di dimostrare che ce la possono fare. Questo perché si sentono supportati da questi nuovi professori, che oltre ad avere capacità tecniche conoscono così bene le loro pregresse sofferenze, che sanno che il loro compito è soprattutto più un compito psicologico e umano e che la loro “missione”, fuor di metafora, è proprio quella di dar loro un’altra chance, una seconda possibilità, da costruire insieme, docenti e studenti, giorno per giorno.

La scuola rappresenta una possibilità, uno scambio: se viene a mancare un impegno da parte dei soggetti coinvolti, crolla tutto l’impianto e ogni sforzo si vanifica. A tale riguardo, in merito al discorso su “come rialzarsi dall’insuccesso scolastico”, ricordo un significativo inciso, rivolto ai genitori, di un mio caro maestro che è il Prof. Fulvio Scaparro, psicoterapeuta e direttore scientifico dell’Associazione GeA-Genitori Ancòra di Milano: “dare un tranquillo esempio di maturazione, quale può dare soltanto chi ha vissuto tanti distacchi e tante unioni, qualche successo e tante sconfitte, ma non ha perduto la voglia di vivere, tutto questo servirebbe a creare le condizioni perché in un ambiente fertile crescano ragazzi fertili e capaci di rialzarsi dopo un insuccesso”.

Nella mia scuola svolgo dei percorsi emotivo-sentimentali in cui spesso racconto storie di riscatto in ambito scolastico e non solo, con progetti di lettura e diversi laboratori cinematografici. Ho portato a scuola la storia di Daniel Zaccaro con il libro “Ero un bullo. La vera storia di Daniel Zaccaro”, di Andrea Franzoso. Un bel libro da leggere, soprattutto per i ragazzi, ma anche per i genitori e gli educatori, perché racconta senza giri di parole, ipocrisie o vittimismo, il vissuto di un giovane che pensava di essere destinato in qualche modo a diventare un fuorilegge, salvo ad un certo punto il verificarsi di un cambiamento per la sua vita ed il suo destino, il tutto avvenuto proprio in carcere dove andrà per ben due volte, prima da minorenne e poi da maggiorenne dopo aver commesso dei reati, delle rapine. Finché, per lui si rivelano fondamentali gli incontri con adulti “credibili”, quelli che meritano rispetto, come dice Daniel, ed emerge dalle parole di Fiorella, un’insegnante che Daniel incontra a San Vittore e che lo aprirà alla bellezza della lettura e della conoscenza, cosa gli farà riprendere in mano la sua vita, la sua formazione: “Nel momento più brutto della tua vita, ricordati che non saranno i soldi, ma sarà la conoscenza a salvarti”. Il tema della caduta e della rinascita è da sempre una mia grande passione. Lo è anche dal punto di vista letterario-narrativo, come con questo libro, in cui Daniel Zaccaro è il protagonista. Riporto qui le parole della quarta di copertina: “Ricordati sempre che nella vita non esiste un copione già scritto: fino all’ultimo puoi decidere di cambiare il finale”.

In altro modo, a volte ricerco in maniera ossessiva realtà e persone che rendano spesso possibili situazioni impossibili, come la scuola di Caivano e la sua preside, la Professoressa Eugenia Carfora: una scuola che lei stessa ricorda essere “un carcere a porte aperte”, dove il diritto alla sopravvivenza arriva prima del diritto allo studio, dove il rispetto delle regole non è un vezzo disciplinare perché “le regole rendono gli uomini liberi”.
“Dei ragazzi bisogna imparare a leggere i loro pensieri “, dicono i professori che insegnano nell’Istituto Superiore F. Morano di Caivano, e questi professori, questi “prof”, ci riescono molto bene, perché qualche ragazzo e ragazza si salva e riesce a realizzare il proprio progetto di vita, e si può dire così che in questa scuola si formano uomini e donne preparati per stare nella società.

Io ci provo a salvarli, i ragazzi, anche con il mio portare il cinema nella scuola, con tematiche che siano attrattive per i giovani, su questioni che possono accendere emozioni, passioni e riflessioni in maniera trasversale e multidisciplinare, avvicinandoli ai protagonisti delle storie narrate, a volte con testimoni e testimonianze reali. Trovo che sia un’ottima leva per riorientare e modificare uno sguardo giovanile che, per diversi motivi, ha scelto di privilegiare l’isolamento attraverso la visione di film e serie sulle note piattaforme, al posto di un approccio reale ad una visione corale e collettiva, come certamente propone l’esperienza della sala cinematografica.
Registi, scrittori, educatori, sacerdoti e addetti ai lavori (pedagogisti in stretto collegamento con pediatri e neuropsichiatri infantili) spinti dall’esigenza di raccontare, sensibilizzare, di educare e trasformare, ci spiegano l’impegno continuo e la responsabilità nel consegnare alle nuove generazioni il faticoso ed appassionante mestiere del vivere.

L'immagine è tratta dalla pagina fb dell'Associazione GeA