Gaza, l'Onu scrive genocidio, i giornali nascondono

02 Jul 2026 Redazione

I giornali italiani continuano a non vedere il genocidio in atto a Gaza. Come evidenzia Federica Re David nel suo articolo pubblicato su “Professione reporter” pochissimi  i quotidiani che  hanno dato rilevanza al Rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite nel quale è scritto che ci sono “ragionevoli motivi per ritenere che le autorità israeliane e le forze di sicurezza israeliane abbiano continuato a commettere il crimine di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, nonché crimini di guerra in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est”.
Notizia nascosta o messa molto in basso. Davvero "si dovrebbe riflettere - aggiunge Federica Re David - sulle parole dette alla Bbc dal professor Nizan Mamode, che è stato chirurgo volontario all’ospedale Nasser di Khan Younis, il quale alla domanda  su chi ritiene responsabile del fatto che la gente non capisca cosa sta succedendo ora in Palestina, ha replicato:  “Credo che dovrei rispondere: i media mainstream. Non ci raccontano molto, su Gaza, di questi tempi”.

Taglio basso e zero titoli: per noi l’ennesima conferma di come la realtà è ben diversa dalla sua rappresentazione mediatica.
E di tutto questo, ne scrivono nell’ultimo numero di Voci di dentro Roberto Reale e Paolo Pagliaro.

Roberto Reale: "Diceva un grande che se non sei capace di cogliere le differenze allora ti ritrovi come un viandante che si aggira nell’oscurità di una notte dove tutte le vacche appaiono nere, indistinguibili. Vale anche per il mondo del giornalismo, bisogna saper fare distinzioni altrimenti non si capisce niente. Un esempio? Oggi sono veramente tantissimi i soggetti che “fanno informazione”. Fra questi ci siamo ovviamente anche noi: ma quello che va preliminarmente compreso è che non tutte le voci arrivano ovunque, qualcuna è molto più potente delle altre. 
Di quali soggetti parleremo allora qui? Di quei media che controllano l’agenda pubblica, influenzano e sono influenzati dalla politica e dai grandi interessi economici e finanziari. Io preferisco chiamarli media dominanti piuttosto che mainstream perché l’inglese dà a tutto una patina di luccicante modernità, nasconde piuttosto che chiarire. 
E quali sono questi attori che “occupano la scena”? Arrivando al sodo, stiamo parlando dei Tg, del circo dei talk show televisivi, di quegli opinionisti le cui facce rimbalzano dappertutto, degli influencer con milioni di seguaci. Sui loro “messaggi” dobbiamo interrogarci oggi che la nostra Repubblica celebra i suoi ottanta anni: la democrazia vive della qualità del suo discorso pubblico.
Parlando di “protagonisti mediatici” ci riferiamo ovviamente a una galassia di soggetti molto diversi fra loro ma uniti da una pretesa: quella di dover e saper svolgere un ruolo guida della popolazione, di essere chiamati a selezionare i temi e le “cornici interpretative” cui l’opinione pubblica dovrebbe attenersi, insomma di “dare la linea”, dall’alto verso il basso, su tutti gli argomenti, anche quelli più controversi come la guerra e il riarmo. E le conseguenze che questo provoca quali sono? Io ne indicherò solo una che riflette le contraddizioni che si aprono. Il punto (che quasi mai viene colto) è che la gente guarda sì queste trasmissioni, segue questi soggetti, in parte li legge, ma poi di loro si fida sempre meno. Gli ultimi a confermarlo sono stati i ricercatori del Censis con il rapporto “L’informazione nel mirino” presentato poche settimane fa. Cosa è emerso? Che gli italiani hanno maturato un livello di scetticismo verso i media più diffusi mai visto prima: quasi il 60% li ritiene addirittura fonti poco attendibili, il 64,6% si ripropone di verificare ogni notizia, non crede a quanto viene detto. In poche parole, più gli opinionisti leader si presentano come “predicatori educatori”, più il pubblico reagisce con la sfiducia nei loro confronti e il disincanto.
Questo vuol dire che il problema si risolve da solo? No, perché i “media dominanti” determinano ciò che sta al centro della sfera pubblica, supportano le scelte di politica e finanza. Dobbiamo però comunque comprendere da dove viene la crisi di credibilità di questi “presunti competenti”. Da cosa ha preso il via? C’è chi fa partire tutto dalla scioccante stagione della pandemia, chi chiama in causa le guerre, il bellicismo, le inerzie davanti al genocidio di Gaza, le prediche sulla priorità da dare all’industria militare rispetto allo stato sociale. C’è sicuramente del vero in queste analisi che, come si sarà capito, chiamano in causa l’intera “classe dirigente” del paese di cui molti editorialisti da talk risultano di fatto instancabili portavoce. La mia proposta però è di scavare più in profondità. A mio avviso la “radice del problema” va ricercata richiamando il rapporto fra comunicazione, politica e economia. Ritengo si debba tornare indietro di qualche decennio, all’ affermarsi sull’intero pianeta del dominio della ideologia neoliberista, della finanza, della cosiddetta globalizzazione. È stata quella la svolta che ha ridisegnato il rapporto fra potere e società influenzando enormemente l’industria della comunicazione e gli sviluppi tecnologici ad essa collegati.
Per spiegarmi meglio riprendo due controverse affermazioni di Margareth Thatcher, la leader conservatrice britannica che con la sua azione e personalità ha contribuito a plasmare le visioni politiche che si sono imposte alla fine dello scorso secolo. Nel 1987 in una intervista disse esplicitamente che la società non esiste, ci sono solo “singoli uomini e donne, e ci sono famiglie”. Per lei le persone avevano il dovere di guardare in primo luogo a sé stesse senza attendersi nulla dal governo. In pratica l’apologia dell’individualismo, la liquidazione di qualsiasi ruolo dello stato sociale. E chi rimaneva in campo allora a decidere sulle nostre vite? Soltanto il mercato perché, sosteneva sempre la Thatcher, “there is no alternative”, non ci sono alternative ad esso. Una considerazione passata alla storia con il famosissimo acronimo TINA, praticamente una sentenza di condanna nei confronti di qualsiasi forma di pensiero critico cui veniva negata ogni prospettiva concreta.
Ovviamente si è trattato di una falsità, lo abbiamo visto poi in occasione della pandemia e della precedente crisi dei mutui del 2008, senza l’intervento dei governi e del settore pubblico sarebbe crollato tutto. Ma è un “falso ideologico” che ha conquistato il mondo della comunicazione attraverso due direttrici. Da una parte con la privatizzazione/finanziarizzazione di ogni innovazione tecnologica (non a caso oggi parliamo degli oligarchi della Silicon Valley), dall’altra con il controllo dei contenuti dei media tradizionali di cui hanno acquisito la proprietà corporation editoriali operanti come piovre dai molti tentacoli. “La società non esiste” è diventato di fatto una sorta di “linea guida” per l’informazione dominante. Tutto ciò che riguarda le classi popolari o il ceto medio ha smesso di “fare notizia”. È valso per gli aspetti più drammatici: morti sul lavoro, condizione dei detenuti, stragi migranti nel Mediterraneo. Ma vale pure per quanto accade nelle periferie, riscoperte soltanto quando ci sono episodi di cronaca nera che vengono venduti come esempi di “morbose devianze”.
Siamo davanti a un meccanismo diabolico di rimozione che ha incrinato alle fondamenta uno dei principi guida su cui dovrebbe basarsi invece il vero giornalismo: la completezza dell’informazione. Se la società sparisce cosa resta? Se si cancellano i conflitti sociali chi vince la partita? Pensate poi al messaggio che viene reiterato in ogni situazione di crisi (finanziaria, pandemica, bellica, energetica). È così riassumibile: “Dobbiamo fare sacrifici, non ci sono alternative”. Non pare la riedizione aggiornata del TINA della leader britannica? Questa logica ha prodotto due conseguenze evidenti. In primo luogo, ha generato il disincanto (certificato dal Censis e da ogni sondaggio serio fatto sull’argomento) dell’opinione pubblica. Contemporaneamente ha esposto gli stessi media (privi di un rapporto di fiducia con la popolazione) a ogni genere di attacco da parte di “leader sovranisti xenofobi” che vedono l’indipendenza dell’informazione come fumo negli occhi, come un ostacolo all’affermazione delle proprie ambizioni personali e ne sfruttano le debolezze. E cosa succede allora? Che chi sta in basso, in questa gerarchia di poteri e rappresentazioni mediatiche, non ha che un modo per far sentire la propria voce: esprimerla direttamente. Lo abbiamo visto con la mobilitazione dei giovani contro il genocidio a Gaza o in difesa della Costituzione al voto referendario. Dal mio punto di vista, ovviamente, non c’è nulla di negativo. La storia è sempre movimento, dialettica, la realtà prima o poi si prende la rivincita su chi vuole manipolarla o nasconderla. Ma per chi è portatore di un pensiero critico tutto diventa enormemente faticoso se mancano “luoghi mediatici” dove si possa sviluppare un confronto pubblico che non sia schiavo dei mantra della Thatcher, del feticismo dell’onnipotenza del mercato, dell’idea che chi sta in basso nella scala sociale non conti nulla. Siamo insomma in una fase di enorme travaglio.
Altrove nel mondo, intorno all’idea della informazione bene comune, stanno nascendo nuove alleanze fra la cittadinanza e chi realizza inchieste e reportage accurati, ci sono poi fondazioni che gestiscono testate importanti senza scopo di lucro o “secondi fini”. Una strada che andrebbe seguita anche da noi. La “colonna sonora” eseguita oggi dai nostri media dominanti risulta onestamente sempre più inascoltabile".

Paolo Pagliaro: "Il bavaglio all’informazione è vecchio quanto il potere. Ma nella nostra epoca ha assunto forme nuove, più sottili e per certi versi più pericolose di quelle imposte dai regimi con la censura esplicita. Accanto al controllo statale dell’informazione — ancora brutalmente in vigore in molti contesti di guerra e in molte autarchie — si è diffusa una forma di autocensura volontaria, esercitata dagli stessi giornalisti per ragioni che vanno dalla partigianeria ideologica alla pigrizia professionale. Il risultato è lo stesso: il cittadino spesso non riceve un quadro fedele della realtà. Questa è la prima cosa che mi è venuta in mente osservando la copertina di questo numero.
In tempo di guerra, l’informazione è considerata a tutti gli effetti un’arma. La Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, ha chiuso o oscurato quasi tutti i media indipendenti rimasti, criminalizzando con leggi apposite persino l’uso della parola “guerra” al posto di “operazione militare speciale”. Novaya Gazeta ha sospeso le pubblicazioni, Echo Moskvy è stata liquidata. I giornalisti che hanno continuato a fare il loro lavoro rischiano ora anni di carcere. L’Ucraina, dal canto suo, ha imposto una rigorosa disciplina dell’informazione bellica: accesso limitato ai fronti, coordinamento centralizzato delle notizie militari, embargo sulle perdite proprie. Comprensibile in una logica di sopravvivenza nazionale, ma pur sempre un filtro sulla realtà. Israele, durante le sanguinose operazioni militari a Gaza, ha impedito per lunghi mesi l’accesso indipendente dei giornalisti stranieri nella Striscia, lasciando che le immagini provenissero quasi esclusivamente da fonti governative. Chi non si è adeguato ha pagato con la vita. Secondo il rapporto annuale del Committee to Protect Journalists, l’anno scorso 129 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi nel mondo. Di questi, almeno 104 sono morti in contesti di conflitto armato e Israele è ritenuto responsabile di due terzi – “quasi il 70% – delle uccisioni. L’Iran, per restare all’attualità, ha una storia consolidata di interruzioni selettive di internet nei momenti di crisi politica interna. Da tre mesi l’accesso alla Rete è precluso ai cittadini di quel Paese. In tutti questi casi la logica è identica: chi controlla la narrazione controlla il consenso, e in guerra il consenso è una risorsa militare.
Più insidiosa, perché priva di un responsabile identificabile, è la censura che – in tempo di pace - nasce dall’interno delle redazioni. Non per decreto, ma per convenienza, appartenenza, paura di risultare sgraditi. Il primo meccanismo è la partigianeria ideologica. Un giornale o una televisione che si percepisce vicina a uno schieramento politico tende a enfatizzare le notizie che confermano la propria visione del mondo e a minimizzare quelle che la contraddicono. Non si tratta necessariamente di falsificare i fatti, ma di selezionarli. La notizia che non viene data è anch’essa una forma di disinformazione.
Il secondo meccanismo è la pigrizia professionale, forse il più sottovalutato. Nell’era della velocità digitale, verificare una fonte richiede tempo. Rielaborare un comunicato stampa richiede un centesimo del tempo necessario per costruire un’inchiesta. La tendenza a pubblicare ciò che arriva già confezionato — dai governi, dalle aziende, dagli uffici stampa — è strutturale, non individuale. Il giornalismo di rimessa, che replica senza interrogare, è di fatto un amplificatore delle narrative di chi ha interesse a diffonderle.
Il terzo meccanismo è la dipendenza economica: gli inserzionisti pubblicitari, i proprietari dei media, i finanziatori pubblici esercitano una pressione silenziosa ma costante sulle linee editoriali. Un giornale che dipende dalla pubblicità istituzionale raramente si distinguerà per la fermezza nei confronti delle istituzioni e di chi le controlla.
A tutto questo si aggiunge la rivoluzione dei social media, che ha demolito il modello tradizionale della mediazione giornalistica senza sostituirlo con qualcosa di equivalente. Chiunque può pubblicare, nessuno è obbligato a verificare. L’algoritmo premia il contenuto emotivamente coinvolgente, non quello accurato. Le camere d’eco amplificano le certezze e soffocano il dubbio.
Eppure il giornalismo di qualità esiste ancora, e nei momenti più bui dimostra di essere insostituibile. Il giornale che state sfogliando è un esempio di giornalismo senza bavaglio. La domanda che resta aperta è se la società sia disposta a sostenere economicamente un’informazione indipendente, lenta, costosa e spesso scomoda. O se invece preferirà la velocità rassicurante di chi le dice quello che vuole sentirsi dire. In un’epoca in cui la guerra è tornata a essere uno spettacolo mediatico gestito dai belligeranti, e in cui le redazioni faticano a sopravvivere economicamente, la risposta a questa domanda non è mai stata così urgente".