L'editoriale del numero di giugno di Voci di dentro: "The War You Don’t See è un film documentario britannico del 2010 scritto, prodotto e diretto da John Pilger sul ruolo dei media nei conflitti tra Iraq, Afghanistan e Israele/Palestina. Accompagnato dai video resi noti al mondo da WikiLeaks come l’attacco nel 2004 alla città irachena di Fallujah o il raid nel 2007 da parte di un elicottero Usa Apache che aprì il fuoco su una strada di Baghdad, uccidendo a sangue freddo due giornalisti della Reuter insieme a una decina di civili iracheni, The War You Don’t See è una inchiesta giornalistica che svela le censure e le omissioni dei media dominanti che hanno sminuito la gravità della guerra e il numero delle vittime civili che di fatto sono state messe nello sfondo e rese invisibili. Una potente accusa ai giornalisti colpevoli di non aver fatto, per interessi di carriera e pigrizia, quelle giuste domande “difficili, scavanti e aggressive” - come dice nel filmato l’inviato della Cbs Dan Rather - che avrebbero potuto prevenire o fermare la guerra.
Da questo documentario e dalla locandina del film che abbiamo rielaborato, attualizzato e messo nella copertina della nostra rivista, parte questo nuovo numero di Voci di dentro. Innanzitutto per denunciare quello che avviene ancora oggi a Gaza, in Libano e in tante altre parti del mondo: genocidi, conquiste di territori, distruzioni da parte degli imperi con il silenzio e la complicità dei media dominanti - e dominati dalle politiche di potenza - sempre più avvezzi ad amplificare l’industria delle armi e ripetere gli inganni dei loro governi, a rimuovere dagli occhi i tanti massacri, a nascondere la società e distorcere la realtà, tra dispute sulle parole e linciaggi mediatici. Media, appunto, diventati una benda sugli occhi delle persone: persone prigioniere, come nell’immagine della copertina, costrette a vivere nell’inganno, nell’insicurezza dei diritti, precarie, senza lavoro, senza sanità.
Persone tutte in “Alta insicurezza” come abbiamo scritto nel titolo in copertina. Titolo che abbiamo scelto nelle consuete riunioni di redazione e che richiama alle realtà penitenziarie, ai circuiti (strutture e ambienti nei quali vengono destinati particolari categorie di detenuti) e ai regimi (le norme che caratterizzano la vita all’interno degli istituti), in sintesi al sistema, e non solo penitenziario, dove nel nome della sicurezza e per preservare l’ordine e il funzionamento, si tolgono diritti e si esercitano violenza e tortura. Tutti sempre più insicuri tra guerre e galere.
Ed è questo il mondo che trovate in questo numero: un mondo di guerre che non vediamo, dove regnano impunità dei potenti, tagli alle garanzie costituzionali, ricchezze per pochi. Davvero un mondo in Alta insicurezza. Ce lo raccontano Roberto Reale, Paolo Pagliaro e Vincenzo Scalia. E poi ancora Eric Salerno con la sua mappa degli stermini di massa e Federico Teli con un suo reportage da Cuba. Lo analizzano, per quanto riguarda il carcere e il sistema delle pene, Carmelo Cantone, il caro Antonio Gelardi, Alessio Scandurra, Stefano Anastasia, Francesca De Carolis e tanti altri nostri collaboratori.
E come sempre, in questo giornale che fa giornalismo per produrre cambiamento, troverete gli articoli dei familiari dei detenuti e delle persone detenute, 64 mila e 436 secondo i dati dell’ultimo rapporto di Antigone che si intitola “Tutto chiuso”. Voci da dietro le sbarre è la sezione da pag. 18 a pag. 35, senza filtri e ritocchi, voci libere di presentare - così come realmente è vissuta - la pena del carcere e come realmente si tenta di vivere dentro una cella in sei o in otto persone con un solo bagno, senza frigorifero, con un tavolino sul quale si può mangiare a turno perché non ci sono sgabelli per tutti e comunque perché in quella piccola cella otto sgabelli non ci potrebbero entrare. Voci da dietro le sbarre di persone che, a dispetto di tutto, anche davanti a circolari del Dap che addirittura disciplinano l’uso delle ghiacciaie e che vietano certi libri ritenuti pericolosi, continuano a sperare.(Francesco Lo Piccolo)