Conosco bene le persone detenute. Dopo quasi vent’anni come volontario nei tanti laboratori realizzati negli istituti di Chieti e Pescara da Voci di dentro, ho incontrato giovani e vecchi, ragazze e donne adulte, tanti abruzzesi e tanti da fuori regione. Alcuni li rivedo oggi anche per strada, finalmente liberi. Non tutti, perché molti li ritrovo dentro a distanza di anni, alla seconda, alla terza anche alla quarta carcerazione. E conosco bene anche il carcere, ho ben chiaro quello che è e quello che fa a chi ci finisce dentro.
Da qualche anno partecipo alle visite conoscitive di Nessuno tocchi Caino e delle Camere Penali ed entro nelle celle, nelle sezioni e nelle cucine. Visite di poche ore, ma sono visite che restano impresse per sempre negli occhi, nella mente e nell’animo. Sono un viaggio al termine della notte dal quale si esce senza più illusioni, con la certezza di aver visto il lato più oscuro della nostra modernità capace di accettare questo posto che si chiama carcere e nel quale si rinchiude "la colpa", si esegue il castigo e si produce materializzandolo in carne e ossa il "criminale".
Nella visita all’Istituto di Pescara con la Camera Penale avvenuta il 23 luglio (dopo quella con l'Alleanza per l'articolo 27 il 14 luglio) tutto ciò è più che mai evidente. I racconti con immagini, suoni e odori e che spesso le persone detenute scrivono per Voci di dentro ora diventano reali. Ecco tanti buttati sul letto persi dentro la propria angoscia. Ecco altri che si reggono in piedi a fatica, sfiniti dal caldo, in ciabatte e tuta, giovani e vecchi, malati e abbandonati, in celle nere di muffa e che fanno orrore solo a guardarle con lavandini che perdono e water arrugginiti e sudici. I. ha un’ernia ombelicale che sembra sul punto di scoppiare, E. orina sangue, T. che mi parla attraverso le sbarre della stanza è a regime chiuso da oltre un anno dopo la rivolta alla quale non aveva preso parte.
Il carcere di Pescara non è un carcere ma un lazzaretto che trattiene 396 persone in sezioni dove i posti regolamentari dovrebbero essere 265 e che da oltre un anno sono diventati 220 per la mancata ristrutturazione della prima sezione penale. Letti a castello a tre piani, stanze senza tavoli sufficienti dove mangiare e sgabelli di plastica, solo due - tanto per fare un esempio - in una stanza della seconda penale dove ci vivono in otto. Fuori da ogni norma anche le cucine al piano terra: anche qui, come anche nelle celle, piastrelle rotte, interruttori della luce e spine staccate dal muro e con cavi elettrici scoperti, muffa sulle pareti e sul soffitto.
Il carcere di Pescara è un luogo dimenticato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, isolato come abitato da appestati, ignorato dall’Ufficio igiene della Asl e dal sindaco della città che è la massima autorità sanitaria locale. Come non esistesse e venendo meno ai doveri d’ufficio. Un luogo al di fuori dalla legge. A nulla inoltre sono servite le denunce dei sindacati di polizia, come pure sono trascurate le molte richieste avanzate dalla Direzione per la riduzione del numero di detenuti e per il conteggio degli spazi. Al contrario ogni giorno arrivano detenuti da fuori regione.
Il carcere di Pescara è solo il luogo del castigo controllato da 128 agenti quando dovrebbero essere 167 (ma secondo la pianta organica riferita a 265 detenuti); è il luogo dove a dei ragazzi poco più che ventenni e dopo appena 4 mesi di corso viene fatta indossare una divisa per fare poco o nulla se non sopravvivere - anche loro in gran sofferenza - nel loro viaggio al termine della notte.