La fantastica normalità dell’ergastolano Enrico Forti alias Chico

22 May 2024 Claudio Bottan

Al suo arrivo al carcere Montorio di Verona, Enrico (Chico) Forti «è stato accolto da applausi da parte degli altri detenuti» dice Andrea Di Giuseppe, parlamentare di Fratelli d'Italia eletto all'estero, che è andato a trovare l’ex surfista e produttore tv quando ancora erano in corso le operazioni di “immatricolazione” la scorsa domenica. Giusto il tempo di immortalare l’incontro con uno scatto che Di Giuseppe ha prontamente postato sui social e il 65enne, condannato all’ergastolo per omicidio negli Stati Uniti e tornato in Italia dopo 24 anni di carcere, di domenica, ha fatto partire l’istanza di permesso per poter andare a trovare la madre di 96 anni che non può raggiungerlo a Verona. Nel frattempo -e sempre di domenica- dopo aver assaggiato le prelibatezze di “un cuoco professionista che cucina molto bene un menu italiano” ha potuto parlare al telefono con l’anziana genitrice e con il fratello tranquillizzandoli e preannunciando che a breve sarebbe andato a trovarli. Detto fatto: due giorni dopo è stato autorizzato e sarà scortato a Trento in visita alla madre; una celerità stupefacente “dettata da questioni umanitarie” precisa sempre il solerte parlamentare di Fratelli d’Italia Di Giuseppe.

Giornata intensa per il “nuovo giunto” che solo il giorno prima era atterrato a Ciampino con un volo, costato 134mila euro, a bordo di un Falcon 2000 dell’aeronautica militare impiegato principalmente per trasporto di Vip, alti ufficiali, personalità governative, e talvolta anche per missioni di evacuazione sanitaria e trasporto di organi. Accolto in pompa magna dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stato momentaneamente collocato a Rebibbia da dove è ripartito il mattino successivo verso il penitenziario scaligero. “Cambia tutto, dalla notte al giorno-, ha detto durante l’intervista al telegiornale- il personale, la direttrice, le guardie che mi hanno accolto, i vestiti che indosso, sono italiani, non ho le manette“. Con aggiornamenti in tempo reale dai media, abbiamo saputo che Chico ha mangiato, ha fatto il ruttino e anche la cacca. E ora che si è commosso di fronte a un piatto di canederli, possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo. 

Tutto nella norma, dunque. D’altronde perché stupirsi? È risaputo che l’efficienza delle prigioni italiane non teme confronti e, se non fosse stato per Papa Francesco che il giorno prima è andato a visitare il penitenziario veronese, si sarebbe potuto fare ancora più in fretta come avviene normalmente per tutti i detenuti. Gli ergastolani, in particolare, vengono puntualmente ricevuti -senza manette- da un picchetto d’onore al suono della fanfara dei baschi azzurri mentre dalle finestre delle celle scrosciano gli applausi. Dopo i saluti istituzionali, si passa direttamente al guardaroba, poi trucco e parrucco, prima di concedersi all’intervista di routine con il Tg1. Concluse le formalità di rito  con il drink di benvenuto, ogni nuovo giunto viene poi accompagnato alla camera di pernottamento da direttrice e comandante i quali, dopo essersi accertati che l’alloggio sia di gradimento dell’ospite e avergli rimboccato le coperte, lo affidano alle premurose cure degli agenti della polizia penitenziaria per ogni ulteriore esigenza.

Da queste parti siamo garantisti e pensiamo addirittura che l’ergastolo vada abolito, figuriamoci se non proviamo empatia per un detenuto che può godere dei diritti sanciti dalla Costituzione. Ma personalmente non potrò mai dimenticare che ho dovuto combattere un mese prima di poter telefonare a casa per tranquillizzare la mia compagna, affetta da una malattia neurodegenerativa, e informarla dell’ennesimo trasferimento da un carcere all’altro. Non le ho ovviamente raccontato dei solchi ai polsi lasciati dalle manette durante tutto il viaggio chiuso nella gabbia del carro bestiame, né delle umiliazioni, della violenza psicologica e fisica, dei calci che mi hanno fratturato alcune costole; come avrei potuto raccontarle che per l’ennesima volta mi era stata rigettata la richiesta di poterle fare visita stante il peggioramento delle sue condizioni di salute? E non invocando pelose  “questioni umanitarie” bensì lo specifico articolo dell’Ordinamento Penitenziario, che all’art. 21-ter della legge 354/75, prevede la possibilità di “Visite al minore infermo o al figlio, al coniuge o convivente affetto da handicap in situazione di gravità (..i detenuti) sono autorizzati, con provvedimento del magistrato di sorveglianza o, in caso di assoluta urgenza, del direttore dell'istituto, a recarsi, con le cautele previste dal regolamento, a visitare l'infermo o il figlio affetto da handicap grave”. Dopo due settimane di sciopero della fame una svogliata direttrice penitenziaria si è limitata ad un biascicato “le faremo sapere” che sto ancora attendendo. Le mie ferite si sono rimarginate, ma qualcosa si è definitivamente spezzato dentro: la fiducia nelle istituzioni.

Non si tratta di dietrologia, ma di disincantato pragmatismo se mi assale il sospetto che la favolosa normalità delle narrazioni della destra, la stessa che nel 2021 ha assegnato all’ergastolano Enrico -alias Chico- Forti il premio Atreju, celi qualcos’altro. Al 30 aprile 2024, stando ai dati forniti dal ministero della Giustizia, nelle galere italiane c’erano 12 cittadini americani, due donne e dieci uomini. Memori del blitz con cui nel ’98 sono stati fatti "evaporare", sottraendoli alla Giustizia italiana, i quattro aviatori militari statunitensi che, con la loro condotta avventata, provocarono la morte di venti passeggeri sulla funivia del Cermis in Trentino, non è un’ipotesi peregrina che si arrivi ad uno “scambio di ostaggi”. Intanto il copione della commedia sul caso Forti, il quale giustamente cavalca l’onda perfetta, l’ha trasformato nell’icona dell’efficienza Meloniana in vista delle prossime elezioni. Applausi, sipario.

c.bottan@vocididentro.it