
Ci affacciamo al quarto anno del nostro progetto-esperimento sociale con la nostra trasmissione il cui tema principale è il mondo della detenzione – Liberi dentro Eduradio&Tv - e, a consuntivo, proviamo a capire cosa ci ha lasciato e con quali prospettive vogliamo continuare ad andare avanti . Ora, meglio chiarirlo subito, fare comunicazione e informazione tutti i giorni con e dal carcere, qualsiasi esso sia, non è cosa facile. Trovare un pubblico tra i 'liberi' sensibile all'argomento, ancora peggio. Immaginarsi di creare un ponte tra carcere e città, che sia sempre manutenuto, percorribile e sicuro, tenendo lo sguardo aperto e equi prossimo a tutti coloro che vi transitano, non è una passeggiata. Eppure, nonostante questo, a noi sembra che l'unica cosa da fare sia continuare a curarne le fondamenta, rinforzare i pilastri e, perché no, anche cominciare a posizionarvi delle belle fioriere. Abbiamo cominciato durante la pandemia, quando la restrizione è stata globale e abbiamo assaporato l'amaro gusto del contenimento. Quanti possono essere stati acquistati per poter avere 'legalmente' la possibilità di mettere il naso fuori casa? Lo ricordiamo tutti…
In carcere la chiusura è stata totale: niente colloqui, niente contatti diretti, niente scuola, corsi, attività. Ma si sa che, per fortuna, le persone sono fatte di relazioni, di appuntamenti e intendimenti, di flussi di idee e di pensieri, di musica e di parole e tutto questo ha mosso due volontari a lambiccarsi il cervello per trovare una strada, ovviamente indiretta, per ritrovare chi li attendeva. E così nasce Eduradio, prima solo attraverso la radio, poi una TV e il flusso è proseguito. Quante cose ci siamo detti, abbiamo ascoltato, letto, trasmesso. Quanti brainstorming e ragionamenti, tentativi di coinvolgere direttamente le persone detenute andate in porto e, spesso, anche naufragati. Perché un'altra caratteristica dell'universo carcere è che ciò che è vero oggi, domani potrebbe non esserlo per tutta una serie di variabili spesso non pronosticabili. È un esercizio di flessibilità, una pratica zen di 'non aspettativa', di accettazione del cambiamento di programma, di luogo, di situazione. Un funambolismo senza rete ma a rischio ponderato, perché poi, a dircela tutta, chi davvero deve provare a farcela sono le persone ristrette. Chi si domanda e ci domanda: perché dedicare il vostro tempo a persone che hanno commesso dei reati e, soprattutto, a cosa servire? La risposta ci verrebbe di non darla, talmente è scontata e ovvia: siamo umani, tutti e tutti insieme. E se le regole vengono infrante da parte di qualcuno a scapito di altri, gli umani non si girano dall'altra parte, non isolano, non abbandonano. Fosse anche solo per un banale motivo di opportunismo securitario, non conviene recidere il cordone ombelicale che tiene collegato l'individuo che ha delitto alla società nella quale dovrà essere riammesso, possibilmente riabilitato.
Senza cedere a riflessioni socio-antropologiche (ci sono studiosi che, per fortuna, lo fanno da anni), che aprirebbero a domande escatologiche rispetto alla società e all'umano, davvero pensare di vivere in mondi non connessi tra loro? Crediamo che chiudere una persona in carcere e buttare la chiave sia la soluzione? Che lasciarla per anni con poche misure trattamentali all'attivo e tanto tempo vuoto a disposizione possa renderla riabilitata e resiliente? In questa strappatura noi proviamo ad infilarci, proviamo un po' ad avvicinare i margini perché ricucire non è certo (solo) compito nostro ma di tutta la società civile che deve provare a rimarginare la propria ferita collettiva. Però siamo in buona compagnia, perché al nostro fianco, a fase alterne e con un naturale turnover, ci sono tante associazioni di volontariato che danno il proprio contributo al programma, che entrano in carcere per le più disparate attività. E, altra presenza affatto non scontata, è la città di Bologna che ci sostiene con il suo quartiere – il Navile - che ospita il carcere Rocco D'Amato, oltre all'Ausl e alla Diocesi di Bologna. Mettere insieme queste realtà così diverse intorno al tema carcere è davvero eccezionale, coinvolgere anche il mondo del lavoro è cosa preziosa e rara. Eppure, al nostro fianco si è aggiunto anche qualche imprenditore, del quale non faccio nome perché non ama la pubblicità (della quale, tra l'altro, non avrebbe neanche bisogno) perché il lavoro dentro e fuori è l'elemento di svolta, non il solo ovviamente, ma è determinante per chi ha deciso di riprendere la vita in mano e di tornare a svolgere le sue funzioni di cittadino. In conclusione, l'appello dell'anno auspichiamo sia: restiamo umani. E con tutto quello che succede intorno a noi, tra guerre e ingiustizie, è il minimo che si possa fare.
*Antonella Cortese è coordinatrice di Liberi dentro Eduradio&Tv
Contenuto pubblicato nel numero 51 della rivista Voci di dentro