Non importa più quale fosse il suo vero nome. Noi lo conosciamo perché abbiamo voluto immergerci in una storia che parte dalla Nigeria e, attraversando il deserto delle periferie umane, approda alla sezione femminile del carcere di Rebibbia di Roma. A quella donna nemmeno la galera, nonostante la perquisizione, le fotosegnalazioni e le impronte digitali ha attribuito un’identità certa. Eppure, bastava poco.
Ce ne siamo occupati quando la vedemmo sofferente accanto a papa Francesco. Chi era? Qual era la sua storia? Era il Giovedì Santo 2024 e Bergoglio celebrava la Messa e il rito della lavanda dei piedi a 12 detenute, mostrando vicinanza, perdono e speranza, e sottolineando il suo impegno verso i marginalizzati, accogliendo anche richieste specifiche da parte delle donne recluse mentre aveva già in mente di aprire proprio lì, al carcere di Rebibbia, una Porta Santa speciale per il Giubileo della Speranza.
“Soffro molto”. Sono state le uniche parole di quella detenuta tremante, sorretta dalle agenti, che attendeva Papa Bergoglio appena fuori dall’infermeria del carcere di Rebibbia. Non aveva potuto partecipare alla Messa e, ultima tra gli ultimi, le rimaneva la piccola speranza di poterlo incontrare. Francesco ha riconosciuto il bisogno di ascolto urlato silenziosamente da quel volto segnato dalla vita e le ha regalato una carezza. L’ultimo, e probabilmente unico, gesto d’amore riservato a quella donna.
Quella carezza ci ha colpito e ha dato impulso alla nostra inchiesta: volevamo dare un nome e un’identità alla sofferenza immortalata in un’immagine. Patricia, così si faceva chiamare quella donna di 56 anni che, avremmo poi scoperto, di notte, alla stazione Termini di Roma, raccontava di attendere un bambino. Non le credeva più nessuno, era difficile anche per le tante volontarie che ci avevano provato a starle accanto nelle strutture di accoglienza dalle quali veniva regolarmente sbattuta fuori. Ingestibile: un verdetto che ha segnato gli ultimi anni della sua esistenza. Porte chiuse anche all’ambasciata, dove ogni tanto provava a bussare senza un preciso obiettivo se non quello di chiedere aiuto.
Una storia complicata, eppure normale. Per capirne di più abbiamo coinvolto la comunità nigeriana in Italia che ci ha consentito di aggiungere alcuni tasselli ad una storia altrimenti destinata all’oblio. Abbiamo immagini di Patricia, sorridente con le volontarie delle tante associazioni che l’hanno ospitata lungo il percorso lastricato di cadute.
Abbiamo gli ultimi lampi della sua esistenza. Da Rebibbia femminile il giorno 8 gennaio di questo 2025 parte per il Pagliarelli di Palermo, ufficialmente per “sfollamento”. Da un carcere sovraffollato all’altro, come da prassi, solo che questa volta si trattava di una persona in gravissime condizioni di salute. Tutto normale, secondo il medico di Rebibbia. Tutto normale secondo l’area sanitaria del Pagliarelli dove, quattro giorni dopo il suo arrivo, il 12 gennaio 2025, è morta.
A seguito della nostra inchiesta pubblicata nel numero di marzo, la senatrice Ilaria Cucchi ha presentato interpellanza al ministro della Giustizia Nordio che, quattro mesi dopo, risponde “[…] Si conferma quanto indicato nella relazione (…) ovvero che la detenuta era stata associata al carcere palermitano in data 8.1.2025 in seguito al trasferimento dal carcere di Rebibbia. Si conferma, inoltre, che (…) era affetta da diverse patologie come risulta dalla documentazione medica in possesso anche della casa circondariale e dell’Asp di Palermo. Le investigazioni sono ancora in corso e pertanto non è possibile riferire sugli accertamenti medico legali o di altra natura. La salma è stata affidata alla Polizia Mortuaria del Comune di Palermo in data 12.1.2025”.
In sostanza, nel giugno 2025 il corpo di Patricia era in una cella frigorifera dell’obitorio di Palermo e nessuno ancora aveva avuto un moto di pietas umana.
Patricia ha attraversato il deserto in cerca di speranza. In Libia ha subito il trattamento riservato alle schiave del sesso, preludio di ciò che l’attendeva una volta arrivata in Italia. Un passaggio al Cara, centro accoglienza migranti di Foggia, giusto il tempo per procurarsi nuovi documenti con un nome fittizio, per poi ritrovarsi nel nuovo deserto della prostituzione. L’eroina le aveva dato l’illusione di poter ignorare l’inferno nel quale era sprofondata. Talvolta si è illusa di poterne uscire, ma succedeva quando era fatta di crack e chiedeva l’elemosina e una sigaretta agli angoli delle stazioni. Un’ombra, fuori dalla sensibilità di chi avrebbe potuto e dovuto regalarle una carezza prima che fosse divorata dalle patologie della vita di strada e dal silenzio.
Noi abbiamo scelto di mantenere viva la memoria di Patricia, perché lei rappresenta il disagio e le contraddizioni che contraddistinguono gli abitanti del pianeta carcere: persone che potremmo incontrare al supermercato, al pronto soccorso o agli angoli delle strade.