Ragazzi “fuori”: la violenza giovanile come interrogazione educativa
18 Jan 2026 Stefania Cavallo Foto di Trinity KubassekRagazzi e spesso ragazzini. Talvolta hanno quattordici o quindici anni. Mettono in atto comportamenti violenti, rubano, aggrediscono, colpiscono. Non di rado lo fanno in gruppo, con una rapidità d’azione che sembra escludere ogni riflessione sul limite, sul rischio e sulle conseguenze del proprio agire. Il fenomeno della violenza giovanile attraversa oggi l’intero territorio nazionale e non può più essere letto come una somma di episodi isolati. L’aumento della presenza di minori negli istituti penali, così come l’attenzione normativa recente sul tema, restituiscono un quadro che impone una riflessione non emergenziale ma strutturale.
Non è corretto sostenere che viviamo in una società dominata da una violenza diffusa e continua. Tuttavia, è altrettanto vero che gli episodi violenti coinvolgono con maggiore frequenza adolescenti e preadolescenti, provenienti non solo da contesti marginali o caratterizzati da fragilità socio-economiche. Anche famiglie culturalmente e socialmente integrate ne sono attraversate. In questo senso, l’aumento delle aggressioni nei confronti di docenti e personale scolastico rappresenta un indicatore significativo di una crisi più profonda del patto educativo e della fiducia nelle istituzioni formative.
Particolarmente emblematico, da un punto di vista pedagogico, è quanto accaduto recentemente a La Spezia, dove un conflitto tra due studenti all’interno di una scuola superiore è degenerato in un atto di violenza estrema. Al di là della dinamica specifica, ciò che colpisce è il luogo in cui l’episodio si è verificato: la scuola, spazio simbolico di cura, apprendimento e costruzione del sé. Quando la violenza irrompe in questo contesto, non può essere letta esclusivamente come una “devianza individuale”, ma come il segnale di una fragilità relazionale ed educativa che interpella l’intera comunità. Dinamiche emotive non riconosciute, conflitti non elaborati, assenza di spazi di parola e di mediazione possono trasformare tensioni ordinarie dell’adolescenza in gesti irreversibili.
La cronaca, in questo senso, assume il valore di uno specchio: riflette lo stato di salute dei processi educativi e dei modelli adulti di riferimento. Minimizzare o negare il problema significa sottrarsi alla responsabilità di leggerne le cause profonde; al tempo stesso, una narrazione spettacolarizzata della violenza rischia di produrre assuefazione, paura e semplificazioni, anziché comprensione. Anche il modo di raccontare diventa, dunque, una questione educativa.
Educare non coincide esclusivamente con la trasmissione di saperi o con l’offerta di opportunità formative. Educare significa accompagnare i giovani nella comprensione della complessità del reale, anche nelle sue dimensioni più oscure. Hannah Arendt parlava di “banalità del male” per indicare come l’agire distruttivo possa nascere dall’assenza di pensiero e di responsabilità. In questa prospettiva, l’educazione al limite, alla consapevolezza delle conseguenze e alla gestione delle emozioni diventa un presidio fondamentale di prevenzione.
Molti adolescenti mostrano oggi una marcata difficoltà nella regolazione emotiva e nella previsione degli effetti delle proprie azioni. Per questo la scuola non può essere lasciata sola. Sono necessari investimenti in formazione pedagogica, in educazione emotiva, in spazi di ascolto strutturati che coinvolgano studenti, docenti e famiglie. La prevenzione non è un intervento ex post, ma un lavoro quotidiano di riconoscimento del disagio e di costruzione di relazioni significative.
Come ricorda Umberto Galimberti, quando la delinquenza è giovanile essa chiama in causa l’incuria della società nei processi educativi. Ordine e rispetto non sono dati naturali, ma esiti di un accompagnamento costante e intenzionale. Camminare accanto ai ragazzi significa assumere una responsabilità adulta non autoritaria, ma autorevole, capace di ascolto e di orientamento.
In questa prospettiva, anche gli episodi di conflitto tra studenti universitari e istituzioni, come quello che ha coinvolto nei giorni scorsi le studentesse e gli studenti di Medicina e la ministra dell’Istruzione, meritano attenzione. La denuncia di meccanismi selettivi percepiti come ingiusti e stressanti non può essere affrontata attraverso la derisione o lo scontro verbale. L’ascolto dei giovani non è una concessione, ma un dovere istituzionale.
Quando i ragazzi “vanno fuori”, spesso non è solo una loro perdita di orientamento: è il segnale che, come comunità educante, abbiamo smesso di interrogarci sul nostro ruolo, sul nostro linguaggio e sulla nostra capacità di essere adulti significativi.
Stefania Cavallo è sociologa e formatrice