Sulmona: nel supercarcere nasce il modulo per i bisogni

08 Mar 2026 Fabio Gardelli, psicoterapeuta, Francesco Lo Piccolo, presidente di Voci di dentro

Sulla strada della deumanizzazione

Dal 2 marzo 2026, nel carcere di Sulmona (Alta Sicurezza) ogni detenuto è tenuto a comunicare preventivamente, il giorno prima, i propri bisogni per il giorno successivo: quando farsi la doccia, quando stare con gli altri, quando telefonare ai propri cari, quando recarsi a prendere del cibo dal congelatore.  L'Ordine di Servizio n. 104 del 19 febbraio 2026, disciplina tutto questo con la precisione meccanica di un orologio svizzero. Peccato che i corpi umani, specie quelli di uomini di sessanta e settant'anni condannati a non uscire più, non funzionino come orologi svizzeri.
C'è qualcosa di profondamente surreale, e al tempo stesso di dolorosamente concreto, nel testo dell'avviso affisso nelle sezioni del carcere aquilano di Sulmona. Un documento sobrio, burocratico, scritto con quella lingua istituzionale che non urla mai, non insulta mai, non minaccia mai: “politicamente corretta” si direbbe, in una stagione in cui del politicamente corretto a discapito delle persone ci siamo stancati tutti. 
Eppure, in ogni sua riga, sancisce qualcosa che la psicologia clinica definirebbe, senza mezzi termini, come una forma di violenza simbolica, prima ancora che fisica.
L'ordine di servizio introduce un sistema di prenotazione anticipata in particolare per docce, socialità e telefonate. Ogni detenuto lavorante, perché per gli altri non è nemmeno specificato, compilerà un apposito elenco da consegnare all'agente di vigilanza: nella lista, la fascia oraria in cui il giorno dopo vorrà lavarsi, uscire dalla cella per stare con altri esseri umani, sentire la voce dei propri figli. Una sola doccia al giorno, ci tiene a precisare il documento. Una sola.
Viene da chiedersi: chi ha immaginato questa procedura ha mai avuto mal di schiena? Ha mai avuto la febbre? Ha mai sentito di colpo un bisogno urgente di parlare con qualcuno, non domani, adesso? Evidentemente no. O forse sì, e ha ritenuto che quella capacità di rispondere ai propri stati interni in tempo reale fosse un lusso da liberi, non un diritto umano fondamentale come sancito.
Ritorna ancora una volta un odore di corpi e cenere: una memoria sensoriale, olfattiva che tutti noi dovremmo avere dopo aver visitato luoghi come Auschwitz- Birkenau: memorie degli orrori della seconda guerra mondiale. In quegli anni gli stati membri delle neonate Nazioni Unite mostrarono un’attenzione alle future generazioni un monito che servisse a non dimenticare e prevenire futuri errori… forse in nostri padri avevano, in modo lungimirante, presagito un futuro decadimento cognitivo, con conseguente amnesia. 

Prenotare il futuro: ovvero come si smonta un sé

In psicologia, la capacità di percepire i propri stati interni e rispondervi in modo congruente si chiama interocezione. È una delle fondamenta dell'identità: sapere di avere fame, tristezza, stanchezza, e poter agire di conseguenza. È, in sostanza, ciò che ci permette di sentirci non oggetti, non ingranaggi, non numeri in un registro. Ma persone. E che riguarda quella funzione biologica fondamentale che porta ad avere una coscienza, una decisionalità e una propensione all’adattamento dei nostri comportamenti. Quindi una capacità biologica molto importante, soprattutto all’interno di un sistema carcerario che si deve occupare in PRIMIS di cambiamento, di rieducazione.
L'Ordine di Servizio n. 104 introduce, di fatto, una sospensione obbligatoria dell'interocezione. Il detenuto non deve rispondere ai propri bisogni quando si presentano: deve anticiparli, tradurli in una richiesta formale, consegnarla a un agente, aspettare che l'agente la inserisca in un elenco, sperare che domani quel bisogno sia ancora lì, o che non sia nel frattempo subentrato un altro bisogno non prenotato, e quindi non autorizzato.

Cosa succede a un uomo quando gli viene chiesto, ogni giorno, di prevedere se stesso? Impara a non ascoltarsi più.

Nel lavoro clinico dello psicoterapeuta, una condizione di “assenza di interocezione”, quindi di non “connessione” con i propri bisogni, si ravvisa in due disturbi in particolare: nei disturbi alimentari e nei fenomeni di ansia in tutto il suo spettro. Queste patologie hanno in comune il fatto di anticipare eventi futuri a causa di una percezione irrazionale, allucinatoria e catastrofista della realtà. I soggetti si sentono costretti, spesso loro malgrado, nel dover compiere rituali sentendosi prigionieri della loro mente. Tali rituali prendono il nome di compulsioni. Ogni clinico sa molto bene che tali comportamenti anticipatori sono autorinforzanti e tendono a peggiorare il quadro clinico.
Il processo è sottile, progressivo, devastante. Un detenuto che trascorre anni, o decenni, come nel caso degli ergastolani ostativi di Sulmona, in un sistema che richiede di prenotare ogni bisogno, finisce per interiorizzare un messaggio preciso: i tuoi stati interni non contano, o meglio, contano solo nella misura in cui vengono mediati, certificati e approvati da un'autorità esterna. 
In molte storie provenienti da pazienti in psicoterapia emerge spesso che la persona identifichi l’ansia o il disturbo ossessivo, come esterni a sé: come un antagonista che li controlla. Il risultato clinico di questa esperienza prolungata è ciò che la letteratura psicologica descrive come “learned helplessness”, impotenza appresa: la convinzione profonda e strutturale di non avere nessun potere sulla propria esistenza: inadeguatezza.
Ma c'è di più. L'uomo che non può rispondere ai propri bisogni quando emergono, che deve inscatolarli in moduli e fasce orarie, perde progressivamente la capacità di riconoscerli. La disconnessione dall'interno produce quello che i clinici chiamano alessitimia, la difficoltà a identificare e descrivere le proprie emozioni. Non è un destino, è una conseguenza. Costruita pezzo per pezzo da sistemi esattamente come questo. 

L'appello e la chiamata: quando la Maiella guardava

Sulmona è circondata dalla Maiella, il massiccio appenninico che gli abruzzesi chiamano la Montagna Madre. Per secoli queste terre hanno accolto eremiti, monaci, uomini in cerca di silenzio e purificazione. La prigione di Sulmona, costruita nel 1994, reinventata come polo di Alta Sicurezza, sorge in quella stessa valle. Il paradosso geografico è amaro: alle spalle, una delle nature più selvagge e libere d'Italia; davanti, cancelli che separano un uomo non solo dalla strada, ma da se stesso.
L'Abruzzo ha una tradizione robusta di carceri ad alta sicurezza. L'Aquila, Lanciano, Sulmona: una rete di istituti che ospita spesso detenuti di lungo corso, condannati per reati gravi, in molti casi con la certezza scritta nella sentenza di non rivedere mai più una strada ordinaria. Sono loro, in particolare, i destinatari di questo ordine di servizio. Uomini che hanno già perso tutto il perdibile. Ai quali lo Stato chiede ora anche di prenotare la doccia.

L'algoritmo del campo: quando il controllo è il messaggio

Chi ha studiato i meccanismi psicologici dei campi di concentramento, da Viktor Frankl a Bruno Bettelheim, da Hannah Arendt ai lavori più recenti di Judith Herman sul trauma, sa che uno degli strumenti di destrutturazione identitaria più efficaci non è la violenza fisica, ma la sottrazione della prevedibilità e del controllo. Togliere a un essere umano la possibilità di agire secondo i propri ritmi, di rispondere ai propri bisogni, di gestire le proprie relazioni in modo autonomo, equivale a un lento smontaggio della persona dall'interno.
La funzione dei numeri al posto dei nomi nei lager, delle sveglie alle cinque, del cibo distribuito in tempi e modi non correlati alla fame reale dei prigionieri, non era soltanto logistica: era simbolica. Comunicava, con la chiarezza del gesto quotidiano ripetuto mille volte, un messaggio inequivocabile: tu non esisti come soggetto. Esisti come oggetto di un sistema che decide per te.
Questo genere di sistema elimina gradualmente la capacità di scelta del soggetto, la capacità di mettersi in gioco: LA CAPACITA’ DI CAMBIARE. 
Non occorre alzare la voce per deumanizzare qualcuno. Basta chiedere, ogni giorno, di compilare un modulo per i propri bisogni.
È ovviamente eccessivo, e storicamente impreciso, equiparare un carcere a un campo di sterminio. Ma è scientificamente corretto, e moralmente necessario, riconoscere che certi meccanismi di controllo operano secondo la stessa logica di deumanizzazione, in forma attenuata ma non per questo meno reale nei propri effetti psicologici. Erving Goffman li aveva già descritti con lucidità negli anni Sessanta, parlando di istituzioni totali e di mortificazione del sé. Foucault ne aveva rintracciato la genealogia nella storia della disciplina moderna. Quello che colpisce, leggendo l'Ordine di Servizio n. 104, è quanto poco sia cambiato.
L’articolo 27 della Costituzione italiana è lapidario: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non alla sua neutralizzazione. Non al suo progressivo svuotamento psicologico. Alla sua rieducazione.
La domanda è semplice: come si rieduca un uomo insegnandogli che i suoi bisogni sono soggetti a prenotazione? Come si prepara al reinserimento in una società libera, ammesso che questo reinserimento sia previsto, il che per gli ergastolani ostativi non lo è, qualcuno che ha imparato, a forza di ordini di servizio, che nulla di ciò che sente merita ascolto immediato?
La risposta è: non si rieduca. Si produce alienazione. Si crea dipendenza dall'autorità. Si costruisce, con pazienza burocratica, un individuo incapace di autogestirsi, di sentirsi, di stare con se stesso senza un regolamento che gli dica quando può farlo.
Per i detenuti di Sulmona che hanno già trascorso vent'anni, trent'anni, anche quarant’anni, all'interno dello stesso sistema, questo ordine di servizio non è una novità assoluta: è l'ultimo capitolo di una storia già scritta. Ma la sua formalizzazione in un documento ufficiale, con orari al quarto d'ora, tabelle e firme, trasforma quello che era prassi in norma. E la norma, si sa, è più difficile da contestare della prassi.

La linea cade automaticamente alle 18:15

C'è una frase, nell'ordine di servizio, che merita di essere letta lentamente. Riguarda le telefonate: «la linea cadrà automaticamente e non sarà possibile né iniziare né proseguire comunicazioni telefoniche oltre tale limite orario». Automaticamente. La macchina decide. Non l'uomo, non la guardia, non il direttore: l'automatismo.
Immaginate:  “Uomo di sessantacinque anni, in carcere da ventotto. La figlia ha avuto un figlio che lui non ha mai visto. Riesce a parlarle ogni tanto, quando l'elenco delle prenotazioni coincide con i turni dell'agente, con la disponibilità della linea, con la sua fascia oraria autorizzata. Un pomeriggio di domenica, lei gli sta raccontando qualcosa di importante. Alle 14:44, la voce si interrompe. Automaticamente”.
L'automatismo è, in questo senso, la forma più pura di indifferenza istituzionale. Non c'è malevolenza: c'è assenza. Assenza di un soggetto a cui attribuire responsabilità, assenza di uno spazio in cui la sofferenza possa essere riconosciuta. Solo un sistema che gira, puntuale, alle 14:45 come alle 18:15, senza che nessuno debba guardare in faccia nessuno. La crudeltà più raffinata non ha volto. Ha un timer.
E’ questa anche oggi una paura attuale, quella tecnocratica nella quale saranno altre “specie” da noi create a determinare quali siano i nostri bisogni PIU GIUSTI, non quelli umani densi di… errori, incoerenze e paradossi i quali sono ciò che ci rende appunto UMANI.

Che cosa chiediamo

Non siamo ingenui. Sappiamo che un carcere di Alta Sicurezza. con detenuti per reati gravi, in molti casi legati alla criminalità organizzata, pone problemi reali di ordine e sicurezza. Non siamo qui a sostenere che le regole non servano, o che l'organizzazione collettiva di spazi condivisi sia irrilevante.
Ma c'è una differenza, enorme, clinica, giuridica, morale tra organizzare la convivenza e prenotare l'esistenza. Tra garantire la sicurezza e abolire l'autonomia. Tra disciplinare gli spazi collettivi e trasformare un essere umano in un modulo da compilare la sera prima.
L'Ordine di Servizio n. 104 attraversa, a nostro avviso, quella linea. Lo fa con la quiete dei documenti ufficiali, con la firma ordinata di un direttore, con la tabella pulita degli orari al quarto d'ora. Lo fa senza urlare. Ma lo fa.
Come associazione Voci di dentro, chiediamo che questo provvedimento venga riconsiderato alla luce della normativa vigente sull'ordinamento penitenziario, della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, e — soprattutto — di quella Costituzione che, al suo articolo 27, ricorda a tutti noi che anche un condannato all'ergastolo rimane un essere umano. Uno che non dovrebbe dover prenotare la propria voce!