Vittoria e l'amore che sfida le sbarre

31 Aug 2026 Federica Lombardi

L’articolo 37 del Regolamento Penitenziario stabilisce che i detenuti e gli internati usufruiscano di sei colloqui al mese. Tuttavia, per i condannati per reati gravi previsti dall’articolo 4-bis della legge sull’ordinamento penitenziario (i c.d. reati ostativi), il numero scende a un massimo di quattro.
Nessuno parla di loro, eppure le compagne dei detenuti scontano una pena invisibile, un “ergastolo bianco”: una condanna senza sconti e senza liberazioni anticipate, fatta di un amore che non ha più una casa in cui abitare, sospeso com’è tra le pareti domestiche e la soglia gelida di un istituto penitenziario, dove ogni legame viene costantemente messo alla prova dall’assenza e dalla distanza.
In un tranquillo pomeriggio d’agosto, incontro Vittoria (nome di fantasia), che mi racconta cosa significhi amare attraverso una barriera di cemento. 
«I colloqui iniziano alle 8», racconta Vittoria, abbassando lo sguardo come se scendesse dentro sé stessa, «e ci sono tre turni: dalle 8 alle 9, dalle 10 alle 11 e dalle 12 alle 13. Già all’alba, però, comincia quel pellegrinaggio silenzioso fuori dal carcere. Molti di loro, per poter abbracciare il proprio caro, affrontano lunghi e costosi viaggi, spostandosi da una città all’altra per poi ritrovarsi a disposizione un tempo irrisorio. Solitamente prenoto il secondo turno, dalle 10 alle 11, ma devo essere lì un’ora prima. La notte prima non riesco mai a dormire, sopraffatta da un vortice di emozioni contrastanti: da una parte c’è la gioia trepidante di poterlo guardare di nuovo negli occhi, dall’altra la consapevolezza tagliente che quei sessanta minuti voleranno via in un soffio».
Fa una pausa, accarezzando il bordo della sua tazzina di caffè.
«Poi si entra nel grande stanzone dell’attesa, uno spazio spoglio e impersonale illuminato dalla fredda luce dei neon che rende i volti ancora più stanchi e segnati. Lì dentro decine e decine di persone condividono respiri trattenuti e sguardi bassi, mentre il tempo sembra fermarsi del tutto, quasi a voler amplificare l’angoscia: c’è chi fissa il vuoto aggrappandosi ai propri pensieri e chi cammina avanti e indietro misurando la stanza a passi nervosi».
Tra quei volti segnati dalla fatica spiccano spesso quelli dei più piccoli. Bambini assonati che stringono tra le mani un disegno da mostrare al padre o un giocattolo portato per ingannare l’attesa, immersi in una realtà troppo grande per loro ma capaci di assorbire la tensione palpabile degli adulti che li circondano.
Vittoria mi spiega che, pur avendo la prenotazione confermata per le 10, prima delle 10.30 non la fanno entrare. La burocrazia penitenziaria ha i suoi tempi dilatati e rigidi, e quei trenta minuti di ritardo sono una costante immutabile con cui fare i conti ogni volta, un ulteriore peso psicologico sulle spalle di chi attende fuori da quelle sbarre, amplificando un senso di impotenza che logora goccia a goccia.
«Per spezzare quell’attesa che ti consuma dentro», prosegue, «scambio poche parole sottovoce con le altre donne. È una comunione profonda di destini, un dolore silenzioso che non ha bisogno di spiegazioni perché parliamo tutte la stessa lingua, fatta di rinunce e di una resistenza quotidiana che nessuno riconosce ufficialmente. Quando finalmente ci chiamano, dobbiamo passare per il metal detector e percorrere lunghi corridoi asettici per arrivare alla sala colloqui. Dalla piccola vetrata lo vedo già lì ad aspettarmi, emozionato, con le mani nervose e lo sguardo fisso sulla porta. Sul “nostro” tavolo ha già preparato una bottiglia d’acqua, un succo di frutta e le mie caramelle preferite.
Appena la porta si apre, ci abbracciamo forte, un abbraccio faticoso e controllato sotto gli sguardi vigili della sorveglianza. Ci sediamo uno di fronte all’altro, cercando con tutte le forze di ignorare il brusio costante di decine di persone che parlano contemporaneamente, creando un muro di rumore assordante. Ridiamo, scherziamo e ci rubiamo brandelli di normalità per fingere che il mondo esterno non esista».
Ma la bolla di vetro ha il fiato corto.
«A un certo punto, come un sipario che cala di colpo, la porta si spalanca e un agente grida secco: “Colloqui finiti!”. In quel momento vorrei tornare indietro con le lancette dell’orologio, purtroppo non si può. Ci stringiamo in un ultimo abbraccio che racchiude tutto ciò che non siamo riusciti a dirci e ci salutiamo con la solita promessa “Ci vediamo presto”.
Lui esce da una porta, io da un’altra. Non mi volto mai indietro mentre cammino, perché so che se incrociassi ancora il suo sguardo crollerei in lacrime, e devo rimanere forte anche per lui. Ripercorro quei corridoi mentre i miei passi rimbombano nel silenzio, riprendo la mia borsa dall’armadietto ed esco nel mondo di tutti i giorni. È una decompressione violenta: fuori la vita corre veloce, la gente sorride, il traffico scorre indifferente, mentre io mi sento anestetizzata. Ma mentre guido verso casa, lasciandomi alle spalle il peso sordo e metallico di quel portone blindato e osservando nello specchietto quell’edificio che lentamente si allontana, sento che una parte di me è rimasta irrimediabilmente bloccata in quella sala colloqui».
Mentre ci salutiamo, le lacrime le rigano il viso. Si asciuga gli occhi, mi stringe la mano e mi sussurra, «Amare significa anche questo: aspettare che il tempo ricominci a scorrere, rimanere sospesi in un limbo invisibile e continuare a credere che esista un domani, anche quando tutto intorno sembra immobile e definitivo».